lunedì, 06 ottobre 2008
La scogliera era particolarmente alta e da là sopra potevo facilmente distinguere gli schizzi d’acqua contro la parete rocciosa –che quasi sembravano raggiungermi, e l’odore di mare, forte e prepotente nelle mie narici. Osservavamo il mare in silenzio, senza dirci nulla. Eravamo venuti fino in America Latina per conoscerne tutta la storia, sia quella tradizionale che quella musicale, e quello che avevamo trovato ci aveva lasciati senza parole.
Eravamo partiti ignoranti, inesperti di una realtà che poi ci aveva tremendamente colpito, una volta nuda e crudele.
“Questa storia inizia molti anni fa” aveva cominciato Ariel Ramìrez, la sera che l’avevamo incontrato e conosciuto. “Colombo e le sue tre caravelle erano approdati da pochi anni quand’ecco che tutto qui cominciò a cambiare. Gli Europei ci tolsero tutto, occuparono i nostri territori e misero da parte la nostra cultura per ‘integrarla’ con la loro. Grazie a questo gioco di scambi reciproci di musiche e culture tra nuovo e ‘vecchio’ continente è stato poi possibile ricavare la musica che tutt’ora ci rappresenta e chiamiamo nostra. Il manipolo di uomini che infatti si insediò per primo nel Nuovo Mondo era molto più vario e assortito di quanto si sia portati ad immaginare: tra loro c’erano moriscos, arabi di Spagna appena cacciati dagli ultimi avamposti di Granata, ebrei sefarditi sfuggiti alla repressione dei re cattolici, qualche gitano che dopo un lungo girovagare si era infine fermato in Andalusia, e i neri d’Africa, migliaia di schiavi deportati in America per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero, caffè e tabacco. Fu già a quel tempo che si generarono i primi meticci del continente, incroci di razze e culture che continuano ancora oggi in America costituendo la vera essenza del popolo sudamericano. Grazie a queste contaminazioni oggi in America Latina abbiamo diversi generi musicali, frutto di incontri e scambi, che noi consideriamo come nostri, e parte della musica latinoamericana: salsa, rumba, bossanova, flamenco, tango, fado, milonga, jazz e blues. I ritmi accelerati di Cuba, e quelli più lenti del Brasile, i pezzi confusionari argentini e le improvvisazioni di New Orleans. Questo grande insieme di tradizioni è la nostra musica”.
Ariel Ramìrez era nato a Santa Fe, nel 1921. Aveva passato tutta la sua vita a tentare ad ogni costo e con ogni sforzo di rappresentare con la sua musica le vicende degli uomini e delle donne del suo paese. Aveva avuto un successo straordinario, anche in Europa. Fu una vera fortuna incontrarlo, per noi.
Quei due mesi in America Latina ci avevano cambiati. Avevamo conosciuto tante persone e imparato tante cose. Ed ovviamente avevamo imparato ad amare quei luoghi, e la loro musica, perché ogni incontro/scontro ed ogni scambio implica anche la sua parte musicale.
Vitalità e malinconia, slancio e ripiegamento, spensieratezza e struggimento: stati opposti dell’animo umano che sembravano e sembrano tuttora trovare il loro difficile equilibrio proprio nello spirito sudamericano. Questa conciliazione degli opposti, con tutta la propria carica contraddittoria, questa profonda e dolorosa dualità, è sempre rimasta sospesa tra vitalità ritmica e melodie struggenti, tra felicidade e saudade.
Seduti sul bordo di quel precipizio pensavamo ad Alfonsina, la canzone di Ramìrez, o meglio, io ci pensavo; non so se anche Matteo, il mio compagno di viaggio, lo facesse.
Ma per quale motivo mai si era lanciata giù dalla scogliera, quella benedetta ragazza?
Te vas Alfonsina, con tu soledad. Se chiama lui non dirgli che ci sono, digli che Alfonsina non ritorna, di che sono partita”.
Amavo quella canzone. Da allora l’ho sempre amata.
Ida y vuelta. Andata e ritorno, in lingua spagnola.” Dissi infine, con un sospiro. “Ogni ‘andata’, ogni viaggio lontano dalla propria terra e dalle proprie abitudini, riceve senso dal relativo ‘ritorno’. Ogni viaggio ci impone un confronto con la diversità. Non si ritorna mai uguali a prima: in diversa misura, ogni viaggio ci cambia, ci restituisce mutati alle nostre case e alla nostra vita quotidiana. Il nostro stesso mondo ci appare diverso al rientro, sotto una luce nuova: meno scontato, più relativo, forse…”. Matteo annuì. In quel tempo avevamo imparato a capirci ad ogni sguardo, non vi era più bisogno di troppe spiegazioni. Avevamo salutato l’America Latina con un abbraccio visivo, e in un silenzio lunare, sul bordo di quella scogliera, per un attimo ci sentimmo da sempre parte di quei luoghi.
“Ritorneremo?” mormorai io.
“Ritorneremo” rispose Matteo.
E, negli anni successivi, quella parola avrebbe costellato i nostri destini: ritorneremo, ritorneremo..
 
Andrea & Chiara Flora (ritorneremo..)
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categoria:zenoni bassignana, giugno08
domenica, 11 maggio 2008
Ajay scosta la tenda e inizia a sfilarsi le scarpe. Tenta di fare silenzio per non disturbare il maestro, ma la sua eccitazione di arrivare a lezione lo travolge come sempre e finisce per urtare qualsiasi oggetto gli capiti di fronte e arrivare al cospetto del maestro ruzzolando. Bacia i piedi del maestro e si adagia su un grosso cuscino, socchiude gli occhi e si prepara per la lezione. Con il Sitar tra le mani si sente finalmente completo e lentamente trova la quiete, quella tranquillità apparente che nasconde soltanto un grande fermento, una grande passione che si riesce a percepire solamente ascoltando il canto del suo strumento.   Ajay accarezza le tre corde: si era sempre chiesto, quando da più piccolo ascoltava dei suonatori di Sitar, come facessero tre corde a creare quella infinità di note. Aveva trovato una risposta solamente quando aveva cominciato a suonarlo, e aveva capito che spostando le dita lungo il manico poteva creare su una sola corda un’ enorme gamma di suoni: il segreto stava nell’imparare dove posizionare la mano sullo strumento. Saper suonare il Sitar, come saper suonare musica indiana in generale, vuole dire saper improvvisare, ovvero avere la capacità di tramutare in melodia un pensiero, un sentimento, la felicità o la tristezza, così, in un attimo, lasciandosi guidare dal cuore. E questo Ajay lo sa bene. Ogni giorno si esercita per ore sperando che durante la lezione seguente sul viso del maestro compaia quell’espressione compiaciuta, fiera, quello strano sorriso che il maestro concede ad un suo allievo solamente se l’esecuzione ha saputo penetrare nel profondo delle sue membra e scuoterlo. Ajay è pronto per suonare e osserva i suoi compagni mentre si preparano. Scorge Debu seduto con l’orecchio appoggiato alla pelle del suo strumento, quasi lo stesse ascoltando. Ha il sorriso stampato sul volto. Debu è un bimbo solare e silenzioso, molto silenzioso, non parla con nessuno tranne che con le sue Tabla. Dalla volta in cui il maestro gli aveva porto le Tabla per fargli scegliere lo strumento, Debu non se n’è più separato. Con il tempo ha imparato a suonare questa percussione divinamente, per l’esercizio le sue mani sono diventate una massa callosa, e appena percuote la pelle riesce a far scaturire dalla cassa di legno dei suoni così squillanti che chiunque riesce a percepirli dentro di sè. Il maestro fa cenno: la lezione può iniziare. Ajay pizzica le corde, muove svelto le dita, e si immerge nella musica. Suonando sente che la musica lo accarezza e lo agita, gli parla e lui ascolta.
“In India la musica accompagna e avvolge come in un bozzolo tutta la vita delle persone. La musica celebra le gesta degli dei, ricorda le nostre festività, scandisce i ritmi stagionali della natura e porta gioia al lavoro del contadino, del barcaiolo, del cammelliere. Voi dovete creare musica e renderla viva, dovete percepire nella musica il vostro paese, dovete riuscire a sentire tra le note i sussurri dei vostri nonni, e aggiungere i vostri alla melodia.” Queste erano le parole pronunciate dal maestro durante la sua prima lezione, e ogni volta che Ajay inizia a suonare gli riaffiorano subito in mente, chiare.
Talmente chiare da illuminargli la vista, l’udito, il tatto…come se avesse ricevuto l’illuminazione divina, lui sente e tocca la musica, ella gli è chiara, conosce ogni sua piccola mossa, ormai non ha più segreti per lui, né ora né mai.
Chiudi gli occhi e si abbandona al piacere di suonare il suo Sitar, rilassa le spalle e sorride raggiante consapevole della sua vittoria. La musica è dentro di lui e lui è dentro la musica: un tutt’uno, invincibile, indistruttibile, immortale. La sente scorrergli nelle vene, bagnargli la gola e la lingua; la senta nella testa, incessante, come la pioggia. Gli scorre nelle mani, nelle dita, e raggiunge il suo Sitar, trasformando i suoi pensieri in note. E’ quindi in quella frazione di secondo, quando oramai sta finendo di suonare, che riaprendo gli occhi scorge quel sorriso soddisfatto e compiaciuto del maestro. Ajay è riuscito a penetrare nel profondo del suo io, e nel profondo della musica indiana, creando una melodia di suoni che mai era uscita dal suo Sitar, e il maestro è fiero di lui.
Questo è il regalo più bello che un musicista possa ricevere, e Ajay lo conserva, riponendolo al sicuro nel suo cuore.
Bacia i piedi al maestro, che ha ancora quel ghigno beffardo e fiero stampato in faccia, ed esce dalla tenda, nel sole pallido del mattino. Respira l’aria a pieni polmoni, e ancora gli sembra di sentire quella musica, dentro di lui, che poco fa è riuscita a far sorridere il maestro.
Da oggi in poi non smetterà mai di sentirla. Questa l’accompagnerà sempre.
  
 
Andrea Zenoni
Chiara Flora Bassignana
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categoria:musica, zenoni bassignana, maggio 2008
venerdì, 15 febbraio 2008
Il sole ancora esita a nascondersi dietro le montagne. La pianura, quest’immensa distesa d’erba, non riesce a rendere giustizia a questa piccola stradina di campagna lungo la quale una allegra comitiva avanza in queste ultime ore di sole.
A distanza ravvicinata si possono udire gli schiamazzi dei bambini, i canti delle donne, le urla degli uomini e degli animali, e i sussurri dei vecchi.
Avvicinandosi si possono scorgere tutti i colori del mondo racchiusi in questa sola carovana di carri, bestie e uomini.
Jano è stanco, un’altra giornata di cammino fa sempre quest’effetto a cui in realtà è più che abituato; gli piace fingere di essere stanco solamente per potersi riposare sul carro.
I suoi pensieri vagano già oltre il presente, oltre la stanchezza di questo giorno, e sul suo volto già si dipinge un sorriso, un’espressione d’orgoglio, al pensiero della festa che anche quella sera si celebrerà.
Infatti bisogna ancora attendere che ogni luce terrena si spenga, che sulla terra cali il buio e che il fuoco inizi a crepitare, perché questa inizi.
La magia della musica è l’unica che rende ogni popolo diverso, e la notte, cullati dalla loro musica, gli zingari alimentano la loro cultura differenziandosi da tutti gli altri popoli del mondo.
Jano ora è sceso dal carro. Non è normale per un bambino di soli 7 anni, e uno zingaro per di più, fare tali pensieri sul proprio popolo. Un popolo noto eppure sconosciuto che proprio della musica ha fatto la sua bandiera, la sua identità. Tante volte il nonno gli ha raccontato che il loro è un popolo che ha compreso il grande valore del proprio patrimonio culturale, e che lo sa conservare caparbiamente ed orgogliosamente. Che la loro è una popolazione intera in viaggio, con appresso poche, povere cose, per non appesantire il cammino: tra queste la propria cultura, la propria musica. Indimenticata, praticata e alimentata, la musica Rom fiorisce durante tutto il loro errare; influenza la musica delle terre che attraversa e ne è influenzata, in un gioco di contaminazioni reciproche senza fine.
Jano adora quando il nonno gli parla del loro popolo, ma ancora non riesce a cogliere il senso così profondo di quelle parole, e per ora sa solo che è un bambino, e come tale si comporta.
Così corre lungo la strada, corre in mezzo ai carri dai mille colori attendendo la sera tra un gioco e un altro, camminando.
E di notte le donne danzano, piedi nudi e sorrisi complici, e le gesta di grandi uomini accompagnano nuove musiche innalzate al cielo stellato, nelle tendopoli, davanti a falò che con le loro fiamme tentano di raggiungere il cielo, un cielo che è sempre stato la loro coperta, la loro mappa, il loro tetto.
Jano balla attorno al fuoco, seguendo la melodia del violino, del contrabbasso, delle chitarre, sognando di diventare un giorno grande chitarrista, come Jango Rainard, il più abile chitarrista al mondo.
Jano infatti si è innamorato delle melodie di questo musicista Rom, che con solo tre dita della mano sinistra riesce a comporre pezzi straordinari. Lo prende come esempio perché è così che vorrebbe suonare, così che vorrebbe essere.
 Gli zingari continuano quindi nella loro folle danza e nella loro folle musica, consci del fatto che è l’unica cosa che dà loro la forza di compiere ogni giorno tutta quella strada, consapevoli che ad ogni tramonto la magia si ripeterà.
Ormai sono rimasti in pochi in cerchio a cantare e ballare.
Jano è ancora sveglio, sente che il sonno sta per chiudere le sue palpebre su quel mondo incantato, così ora resta immobile a imprimere ogni cosa di quella notte nella sua mente, per ricordarla sempre. Cattura ogni immagine, ogni suono, ogni nota, ogni passo di danza e nasconde tutto in un posto sicuro, dentro di lui, che solo lui conosce, per poi chiudere, sereno e stremato, gli occhi affidandosi al riposo, prima di un altro giorno, un altro cammino, un altro crocevia.
Errando per il mondo. 
postato da: Crazymind alle ore 18:22 | Permalink | commenti (2)
categoria:musica, febbraio 2008, zenoni bassignana