La scogliera era particolarmente alta e da là sopra potevo facilmente distinguere gli schizzi d’acqua contro la parete rocciosa –che quasi sembravano raggiungermi, e l’odore di mare, forte e prepotente nelle mie narici. Osservavamo il mare in silenzio, senza dirci nulla. Eravamo venuti fino in America Latina per conoscerne tutta la storia, sia quella tradizionale che quella musicale, e quello che avevamo trovato ci aveva lasciati senza parole.
Eravamo partiti ignoranti, inesperti di una realtà che poi ci aveva tremendamente colpito, una volta nuda e crudele.
“Questa storia inizia molti anni fa” aveva cominciato Ariel Ramìrez, la sera che l’avevamo incontrato e conosciuto. “Colombo e le sue tre caravelle erano approdati da pochi anni quand’ecco che tutto qui cominciò a cambiare. Gli Europei ci tolsero tutto, occuparono i nostri territori e misero da parte la nostra cultura per ‘integrarla’ con la loro. Grazie a questo gioco di scambi reciproci di musiche e culture tra nuovo e ‘vecchio’ continente è stato poi possibile ricavare la musica che tutt’ora ci rappresenta e chiamiamo nostra. Il manipolo di uomini che infatti si insediò per primo nel Nuovo Mondo era molto più vario e assortito di quanto si sia portati ad immaginare: tra loro c’erano moriscos, arabi di Spagna appena cacciati dagli ultimi avamposti di Granata, ebrei sefarditi sfuggiti alla repressione dei re cattolici, qualche gitano che dopo un lungo girovagare si era infine fermato in Andalusia, e i neri d’Africa, migliaia di schiavi deportati in America per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero, caffè e tabacco. Fu già a quel tempo che si generarono i primi meticci del continente, incroci di razze e culture che continuano ancora oggi in America costituendo la vera essenza del popolo sudamericano. Grazie a queste contaminazioni oggi in America Latina abbiamo diversi generi musicali, frutto di incontri e scambi, che noi consideriamo come nostri, e parte della musica latinoamericana: salsa, rumba, bossanova, flamenco, tango, fado, milonga, jazz e blues. I ritmi accelerati di Cuba, e quelli più lenti del Brasile, i pezzi confusionari argentini e le improvvisazioni di New Orleans. Questo grande insieme di tradizioni è la nostra musica”.
Ariel Ramìrez era nato a Santa Fe, nel 1921. Aveva passato tutta la sua vita a tentare ad ogni costo e con ogni sforzo di rappresentare con la sua musica le vicende degli uomini e delle donne del suo paese. Aveva avuto un successo straordinario, anche in Europa. Fu una vera fortuna incontrarlo, per noi.
Quei due mesi in America Latina ci avevano cambiati. Avevamo conosciuto tante persone e imparato tante cose. Ed ovviamente avevamo imparato ad amare quei luoghi, e la loro musica, perché ogni incontro/scontro ed ogni scambio implica anche la sua parte musicale.
Vitalità e malinconia, slancio e ripiegamento, spensieratezza e struggimento: stati opposti dell’animo umano che sembravano e sembrano tuttora trovare il loro difficile equilibrio proprio nello spirito sudamericano. Questa conciliazione degli opposti, con tutta la propria carica contraddittoria, questa profonda e dolorosa dualità, è sempre rimasta sospesa tra vitalità ritmica e melodie struggenti, tra felicidade e saudade.
Seduti sul bordo di quel precipizio pensavamo ad Alfonsina, la canzone di Ramìrez, o meglio, io ci pensavo; non so se anche Matteo, il mio compagno di viaggio, lo facesse.
Ma per quale motivo mai si era lanciata giù dalla scogliera, quella benedetta ragazza?
“Te vas Alfonsina, con tu soledad. Se chiama lui non dirgli che ci sono, digli che Alfonsina non ritorna, di che sono partita”.
Amavo quella canzone. Da allora l’ho sempre amata.
“Ida y vuelta. Andata e ritorno, in lingua spagnola.” Dissi infine, con un sospiro. “Ogni ‘andata’, ogni viaggio lontano dalla propria terra e dalle proprie abitudini, riceve senso dal relativo ‘ritorno’. Ogni viaggio ci impone un confronto con la diversità. Non si ritorna mai uguali a prima: in diversa misura, ogni viaggio ci cambia, ci restituisce mutati alle nostre case e alla nostra vita quotidiana. Il nostro stesso mondo ci appare diverso al rientro, sotto una luce nuova: meno scontato, più relativo, forse…”. Matteo annuì. In quel tempo avevamo imparato a capirci ad ogni sguardo, non vi era più bisogno di troppe spiegazioni. Avevamo salutato l’America Latina con un abbraccio visivo, e in un silenzio lunare, sul bordo di quella scogliera, per un attimo ci sentimmo da sempre parte di quei luoghi.
“Ritorneremo?” mormorai io.
“Ritorneremo” rispose Matteo.
E, negli anni successivi, quella parola avrebbe costellato i nostri destini: ritorneremo, ritorneremo..
Andrea & Chiara Flora (ritorneremo..)
postato da: MemoTheWaves alle ore 17:56 | Permalink | commenti
categoria:zenoni bassignana, giugno08
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