domenica, 11 maggio 2008
Hai mai sentito parlare di quello che è successo in Darfur? Un genocidio… ma pochi sanno chi è stato a bloccare gli interventi delle Nazioni Unite, e chi ha venduto le armi utilizzate per il massacro. La Cina approfittando del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è riuscita a posticipare l’invio di un contingente militare in Darfur per ben 4 anni, provocando la morte di milioni di africani fino al 31 agosto 2007, quando riuscì a trovare un accordo che non intaccasse i rapporti economici con il Sudan, permettendo quindi l’invio di militari O.N.U. Quanto accaduto in Darfur è però solo un sintomo dell’avanzata cinese in tutta l’Africa; infatti sembra che molti governi africani stiano assegnando le concessioni di estrazione di petrolio, di rame, gas, ecc. in vista di una futura intensificazione dello sfruttamento delle materie prime del continente nero. Per cui il 4-5 novembre 2006 i leader di 48 paesi africani si ritrovarono a Pechino per approfondire questioni economiche. Ma che rapporto potrebbe mai instaurarsi tra un dittatore africano ed una potenza mondiale come la Cina...(?) Omar Hasan Ahmad al-Bashir, capo di stato sudanese (dittatore), ha permesso, in cambio di prestiti a lungo termine, che 13 delle 15 compagnie petrolifere presenti in Sudan fossero cinesi, che il 70% dell’oro nero estratto si riversasse in Cina, che la China National Petroleum Corporation (Cnc) possedesse il 47% della Greater Nile Petroleum Operating Company la più grande compagnia petrolifera nord africana… ed altro, per non parlare di quello che accade in paesi come l’Angola, dove il 75% del petrolio prodotto viene spedito in Cina, senza permettere che questo stato crei una propria economia. Ma c’è ancora una questione incredibile di cui nessuno parla se non National Geographic qualche volta… le “importazioni” di poveri lavoratori cinesi direttamente in Africa, collocandoli in villaggi dove non esistono scuole e parchi, ma solo persone sfruttate fin da bambini, e dove il lavoro è continuo, notte e giorno, con alternanze di turni di 14 ore (!), come afferma Hu Intò, ex lavoratore di uno di questi villaggi, intervistato tre anni fa da Chris Carroll in Benin. Secondo ciò che questo giornalista ha riportato nel 2005 i villaggi erano 18, tra una serie di paesi africani, ed ora visto l’aumento degli occhi a mandorla in città come Addis Abeba (Etiopia), Windhoek (Namibia) e Niamey (Nigeria), verrebbe da pensare che siano stati creati altri villaggi… e che una volta concluso il loro colossale lavoro, come la costruzione di basi di estrazione petrolifera, alcuni asiatici continuino a lavorare li, ad altri vengano lasciati diventando i cinesi d’Africa. E’ chiaro che il monopolio dell’economia mondiale oggi sembri essere conteso tra Cina ed U.S.A, ma forse dovremmo imporci anche noi in questa disputa economica… senza Italia o Francia o Inghilterra, ma come Europa… e magari saremo proprio noi, la nostra generazione, ad unire l’Europa ed a permetterle di riprendere quella forza ideologica capace di spianare la strada per il progresso.
Roberto Saluzzo
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giovedì, 27 marzo 2008
Tutti, quasi in ogni sorta di discussione ormai, si chiedono a quale sponda approderà il sigillo del potere, se il candidato più giovane avrà la meglio su quello ultrasettantenne, e se il progresso una volta vinto il passato non ricadrà nella stessa fossa delle vecchie idee. I cittadini si trovano dunque a dover scegliere se appoggiare il politico più giovane, o se seguire quello più anziano che nel suo piano elettorale non sottolinea propositi tanto diversi dai precedenti. Fatto sta che quello del partito democratico sembra rappresentare una nuova scelta; ovunque parli e tenga i suoi comizi riesce a moltiplicare consensi ed elettori, sarà per la sua capacità di sottolineare i problemi passati e di porsi come il male minore? E’ riuscito a salire sull’onda, e adesso sembra non sia intenzionato a scendere fino a quando non arriverà alla spiaggia, ma deve restare in equilibrio ancora per parecchio tempo. L’oppositore invece sembra nuoti convinto di sé, forse grazie alla sua esperienza da ultra settantenne, e potrebbe essere il candidato più opportuno per chiunque creda che in questa tempesta sia necessario chi possa tenere saldo il timone; però il suo carisma durante i comizi ormai è ripetitivo, visto che non è la prima volta che punta alla presidenza. Ma se il governo precedente ha commesso fin troppi errori, viene spontaneo chiedersi se vale la pena rischiare di ricadere nella stessa fossa. E qui, le due figure, Obama e Veltroni, devono dividersi, perché la situazione di crisi negli Stati Uniti è stata causata da un governo repubblicano, il cui oppositore è Obama, mentre in Italia è nata dai clientelarismi di sinistra, stessa ex coalizione di Veltroni. Ma per chiarire la situazione dovremmo capire che in entrambi gli stati persiste un disperato bisogno di rinnovare il sistema politico. Negli U.S.A. il partito repubblicano di Bush Jr ha causato la nascita di una disapprovazione globale, grazie all’opposizione che smascherò la strumentalizzazione della guerra al terrorismo, gli abusi delle assicurazioni sanitarie, la criminalità che nelle periferie supera le favelas brasiliane, l'aumento dei lavoratori poveri, ecc. In questa potenza mondiale la maggioranza dei cittadini sente la forte necessità di una spinta avanti, che però non è arrivata. In Italia invece, a manifestare la nostra disapprovazione verso il sistema politico è stata la crisi e la caduta del governo Prodi; perché nella nostra penisola esiste l’idea di coalizione politica, un universo in cui il presidente del consiglio viene tenuto ostaggio dai piccoli partiti, attraverso clientelarismi e ricatti, e la sinistra, che precedentemente ha governato, era sprofondata completamente in questa bufera; avremmo bisogno di un'unica figura che non sia legata ad altre, che una volta al potere possa governare senza continui ricatti… E quasi tutte le persone che vivono tra i confini italiani sentono la necessità di avere un governo capace di legiferare, di imporsi per la risoluzione di situazioni penose come a Napoli, e non conta se sia di destra o di sinistra, ma è essenziale che sia in grado di governare (!) a differenza di quasi tutti i governi passati. Ed ora le figure di Obama e Veltroni si ricongiungono, perché entrambi dimostrano di essere motivati e porre fine a questi problemi, entrambi mostrano un forte interesse nel riorganizzare lo stato e nel trovare consensi per avere l’autorevolezza necessaria al rinnovamento. Obama, con “yes, we can!”, ha esposto un programma elettorale da cui traspare un forte desiderio di concentrarsi nei propri confini, quasi dimenticandosi il medio oriente e le richieste delle grandi compagnie petrolifere. Veltroni invece parla di un’Italia unita (utopia), ma almeno questa volta sembra essere il primo ad aver deciso di voler abbandonare le coalizioni, e correndo "da solo" con il proprio partito magari potrebbe rappresentare davvero una novità e un'alternativa ai vecchi clientelarismi di coalizione. Anche se poi Berlusconi, constatando la necessità di avere figure uniche e non più liste ma solo leader, avrebbe iniziato ad abbandonare la sua coalizione di destra, creando un partito unico e forse proponendo ai cittadini convinti "di votare destra" una nuova scelta non tanto destabilizzante quanto prima. Forse qui, in Italia, siamo di fronte ad un grande passo avanti verso la democrazia, e anche negli Stati Uniti sembra che si possa iniziare a parlare di un futuro con un maggiore progresso civile. Speriamo che la palude nella quale viviamo inizi ad essere bonificata.
Alberto Saluzzo 
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categoria:attualitĂ , saluzzo, pasqua 2008
venerdì, 15 febbraio 2008
Ne è passato di tempo da quel lontano 2 agosto 1990, ma è cambiato qualcosa? Dall’inizio della prima Guerra del Golfo il prezzo del petrolio è in giostra e sono stati aggiunti troppi zeri al numero delle vittime complessive (1.168.000 morti solo in Iraq) senza aver ottenuto risultati soddisfacenti a giustificare una politica così medievale. Negli Stati Uniti l’aria che si respirava alla fine del 2006 era intorpidita dai risultati di una politica repubblicana che profetizzava la guerra al terrorismo e che aveva quasi mandato al collasso il contingente statunitense in Iraq; ma il 5 gennaio 2007 Bush Jr ebbe un colpo di genio ed afflitto da un forte mal di testa democratico nominò David Petraeus nuovo Comandante in Campo delle Forze Armate Statunitensi in Iraq (MNF-I). L'avvio del suo incarico è contrassegnato da un cambio radicale di condotta da parte degli Stati Uniti, che per la prima volta capirono che “uccidendoli, non ne uccideremo mai abbastanza” (The Deer Hunter,1978 dir. Cimino) ma collaborando forse… 
I primi che si resero conto della necessità di una politica militare diversa, volta all’aiuto dei nemici, siamo stati proprio noi italiani: il 29 agosto 2006 abbiamo inviato una nave chiamata “Garibaldi” a Beirut con un carico di 2,5 miliardi di euro di materiali di soccorso… senza parlare del contingente italiano in Afganistan, ritenuto il “più popolare” dal Kabulpost. È un anno ormai che si procede, o si tenta di procedere, secondo questa modalità “all’italiana”, ma in realtà è solo una maschera, una copertura per nascondere l’intensificazione del ruolo dell’intelligence americana in Iraq.
Mentre prima veniva dato l’ordine di bombardare un villaggio (come a Falluja, quando nel 2003 usarono il fosforo bianco), o di catturare un gruppo intero per poi torturare ogni singolo membro fino al delirio (Abu Ghraib) per ottenere un’informazione che poi magari non sapeva, ora con l’attuazione del piano SURGE ideato appunto da Petraeus, si utilizzano esclusivamente dei “007” che, operando nelle stesse cellule terroristiche, eliminano ad uno ad uno i leader estremisti. Quando poi i capi tribù nell’interno della regione irakena si rendono conto di non avere più un appoggio terroristico quando manifestano e si ribellano, allora cessano ogni ostilità, proprio come adesso.
I risultati di questa politica hanno determinato un forte calo degli attentati, da 11 a 6 per settimana a Baghdad, senza parlare della criminalità che sembrerebbe essersi dimezzata. Ma tutto ciò grazie a cosa? Anche in un Paese con una grande percentuale di popolazione motivata a condurre una guerra civile, prima o poi ci si stanca di vivere nel caos… o forse l’operazione surge ha davvero portato i suoi risultati. L’ultimo rapporto che Petraeus ha esposto alla Casa Bianca sembrerebbe illuminare il partito repubblicano sprofondato in una fossa di infamia, e si focalizza su tre punti: innanzi l’attuale condizione sociale e civile in Iraq ha confermato la validità teorica del piano surge e l’enorme profitto derivante dalla sua attuazione, infatti sono state costrette all’allontanamento la maggior parte delle cellule terroriste sunnite ed alcuni capi tribù della stessa confessione hanno cambiato atteggiamento in seguito all’evolversi della situazione; inoltre sono stati catturati i leader di maggior spicco delle milizie sciite radicali. Nel secondo punto ha affermato che se la situazione non cambierà, a metà 2008 sarà possibile l’avvio del ritiro di una parte del contingente americano dall’Iraq. Ed infine ha confermato l’ipotesi che vede l’Iran finanziatore delle milizie sciite, e quindi nemico diretto degli Stati Uniti.
La parte più interessante di questa rinnovata operazione bellica americana è il brevissimo arco di tempo in cui è stata portata a concludersi con ottimi risultati, proprio la rapidità della azione risolutrice fa nascere spontaneo il chiedersi se tutto questo non sia stato voluto: forse, tenere nel caos il Medio Oriente è stato molto utile per tutto il tempo necessario ad affidare le concessioni di estrazione del petrolio in Iraq, Afganistan, Pakistan, ma una volta conclusi tutti i contratti, una volta che l’esercito avrà l’esclusivo ruolo di proteggere gli oleodotti e i pozzi petroliferi, a chi sarà lasciato l’Iraq? Alla strenua lotta tra Sciiti appoggiati da Iran e Siria, contro i Sunniti e Wahhabiti dell’Arabia Saudita? O forse gli Stati Uniti resteranno, trovando altre fonti di sfruttamento di un paese in guerra civile?
                                                   Alberto Saluzzo
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categoria:attualitĂ , saluzzo, febbraio 2008