lunedì, 06 ottobre 2008
Carissimi lettori, in questo ultimo numero dell’anno e, fortuna assistendomi, della mia vita nel Liceo Alfieri, vorrei dire due parole di un film attesissimo: il quarto episodio della storica e leggendaria saga di Indiana Jones. A diciannove anni dall’ultimo film, “Indiana Jones e l’ultima crociata”, Harrison Ford torna ad indossare i panni dell’intrepido professore e avventuroso archeologo, questa volta affiancato dal giovanissimo, e da me amatissimo, Shia Labeouf (l’abbiamo già visto recitare in “Disturbia” e “Transformers”). I diciannove anni non sono passati solo per Harrison Ford, ma anche il personaggio di Indiana è invecchiato di vent’anni e la situazione storica che fa da sfondo e si intreccia con le avventure del protagonista è mutata: Indy non ha più a che fare con i nazisti, nemici principali nei precedenti episodi ma questa volta si vede mettere i bastoni tra le ruote dai russi. “Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo” è infatti ambientato nel 1957, in piena guerra fredda: Indiana e Shia sono sulle tracce della madre di quest’ultimo, scomparsa insieme a una amico archeologo. Ripercorrendo le tappe percorse dai due, Indiana e il giovane Mutt (Shia) trovano un teschio di cristallo di epoca precolombiana, scolpito senza alcuno strumento, e le cui origini sono quindi avvolte nel mistero. Una leggenda sostiene che i teschi di cristallo abbiano enormi poteri e siano in grado di trasmettere a chi li possiede conoscenza, potere e dominio sul mondo. È proprio a questo scopo che i russi del KGB, guidati dall’agente Spalko, impersonato da una spettacolare Cate Blanchette irriconoscibile con un caschetto nero corvino, seguono Jones nella sua impresa sperando di trovare la leggendaria città e la sala dorata all’interno della quale si trovano riuniti tutti gli scheletri di cristallo e la conoscenza di cui sono portatori. Non voglio svelarvi il finale, ma personalmente l’ho trovato abbastanza deludente: un film d’avventura non può tollerare elementi di fantascienza; forse Lucas ha tentato con questa pellicola di proporre la saga di Star Wars come sequel più ovvio di questo episodio di Indiana Jones; quando avrete visto il film mi direte se non siete d’accordo.
Per quanto riguarda i personaggi, Indiana è immutato nel look: giubbotto di pelle, cappello e frusta; cambiato un po’ nella prestanza fisica, ma d’altronde vent’anni sono vent’anni per tutti, e lo si vede bene quando, tra i titoli di coda, compaiono una cinquantina di controfigure. Shia ha un look che rispecchia con enfasi gli anni cinquanta e i personaggi resi celebri da James Dean e Marlon Brando: ciuffo alla Fonzie, che si pettina in modo maniacale anche nei momenti di massima suspance, giubbotto di pelle autentico rock’n’roll e moto da duro. Cate Blachette dimostra ancora una volta di essere un’attrice non comune, estremamente versatile ed espressiva anche nell’interpretare un personaggio algido e impassibile. Ricompare sulle scene dopo anni anche Karen Allen che interpreta Marion Ravenwood, vecchia fiamma del protagonista e sua compagna nel film “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta”, qui madre di Mutt. Non voglio rivelare altro di questo nuovo kolossal, che al di là della capacità di tenere lo spettatore perennemente col fiato sospeso, mi lascia con qualche perplessità e un po’ di insipido in bocca.
Sperando in questi anni di essere stata una buona e fedele “amica di cinema”,vi saluto e vi auguro buone vacanze.
Alice Ronco
 
PS. In bocca al lupo a tutti quelli che, come me, daranno la maturità. “Che ne sarà di noi?” “Francamente, me ne infischio.”……………………Always cinema!
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categoria:ronco, giugno08
domenica, 11 maggio 2008
Quest’anno sul tappeto rosso ha camminato un personaggio “nuovo” e bizzarro: capelli nero corvino, vestito leopardato, braccia tatuate, il suo nome è Diablo Cody e sue sono l’idea e le battute del film Juno, vincitore del premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Diablo Cody è il nome d’arte di Brook Busey, ex spogliarellista e telefonista sexy, che sul suo blog “Pussy Ranch” racconta episodi bizzarri e insoliti della sua vita. Il blog viene visitato dal produttore Mason Novick che, entusiasta dell’acutezza e audacia di Diablo, le propone di ideare e scrivere una storia su cui realizzare un film: così nasce Juno, diretto da Jason Reitman. Juno è una commedia divertente che sa trattare con originalità e leggerezza una tematica difficile; non è sicuramente una delle tipiche commedie “brillanti” made in Usa a cui siamo abituati e forse in questo sta la preziosità di questo piccolo grande film, che non desidera presentare protagonisti eccezionali, ma che racconta la storia poco gloriosa di una ragazza “normale”, mascolina, semplice, che deve affrontare una scelta e che si dimostra molto più matura dei tanti adulti che incrocia in questa sua avventura. Juno, una ragazza di 16 anni, rimane incinta del suo migliore amico e decide di cercare una famiglia a cui dare in adozione il suo bambino dopo la nascita. Questa, in parole povere, la trama del film, una trama non particolarmente originale, ma ci sono piccoli dettagli che distinguono questa pellicola e ne segnano l’originalità, primo tra tutti il fatto che, proprio in un film che tratta da vicino il tema della sessualità e le sue conseguenze, non compaiono mai scene di sesso e anche “l’incontro” tra i due ragazzi viene presentato, ricordato, echeggiato in modo blando, leggero, pieno di quella castità di cui apparentemente sembra priva la protagonista.
Invece proprio il carattere di Juno e del papà del bambino(i due adolescenti spontanei e sprovveduti) sono i tratti più significativi e sottili del film: lui è un ragazzino infantile, ingenuo, immensamente buono; lei è un tipetto pepato e sveglio, all’apparenza dura, impassibile e rozza, in realtà dotata di una profondità, di una maturità e di una delicatezza straordinarie. La sicurezza e la tenacia con cui Juno affronta la situazione e fa fronte a una condizione difficile come quella di esporsi allo stupore e alle critiche degli altri adolescenti rendono inevitabilmente giustizia a questo personaggio verso cui lo spettatore non sa sinceramente se provare fastidio o, come è successo a me, molta tenerezza e addirittura stima.
Vi consiglio di andare a vedere questo film senza tante pretese, sicuramente senza aspettarvi una pellicola impegnata e solo così riuscirete a farvi sorprendere dalla schiettezza, dalla sincerità e dall’efficacia di questa commedia che sa ricoprire con tanto zucchero un nocciolo amaro.
Alice Ronco
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categoria:cinema, maggio 2008, ronco
lunedì, 28 aprile 2008
INTO THE WILD
Spazi infiniti, un immenso respiro, un’anima, natura: questo è “Into the wild”. Un film magnifico, in cui le parole, meditate e vissute attraverso profondi silenzi, si imprimono nella memoria e con struggente intensità vengono celebrate da dialoghi singolari, casuali, profondi. Sean Penn porta sugli schermi una storia vera, quella di Christopher McCandless (interpretato da Emile Hirsch), un giovane solitario a causa del suo spirito ribelle, e della sua necessità di fuggire da un sistema “sbagliato”, mediocre, di cui i genitori sono per lui l’esempio più grande. Dopo gli studi Chris decide di lasciare tutto e di partire per un viaggio attraverso l’America nel tentativo di raggiungere l’Alaska; durante la sua avventura incontra persone affascinanti, strane, esagerate, sensibili e, grazie alla sua spontaneità, ad ognuna di loro dona qualcosa di sé, qualcosa di importante che sa ridare entusiasmo e sicurezza. Tutti gli incontri di Chris sono solo momenti di un cammino la cui meta è la solitudine dell’Alaska, forse la loro bellezza sta proprio in questo, nel fatto che non sono voluti o cercati, sono casuali, senza aspettative, ricchi di quella sincerità di cui l’uomo è capace quando non ha bisogno di ottenere nulla. Il viaggio procede fino ad arrivare alla maestosità, alla potenza, al timore di una vastità di ghiaccio: l’Alaska. Ora Chris è solo, solo con se stesso, solo con la natura. Vive di caccia, di contemplazione, di lettura: i suoi romanzi di sempre ora assumono significati diversi, nuovi, reali. Ma questa natura è un’amante gelosa e non lascia andare via chi ha voluto vivere con lei e conoscerla a fondo: il suo amore è così forte da preferire la morte di Chris al suo allontanamento. E così, sotto un cielo limpido in cui le nuvole corrono veloci, Chris dà il suo ultimo saluto al mondo: “la felicità è reale solo se condivisa”. La felicità stava in quegli incontri, in quelle parole piene dell’attesa di una gioia più grande, e la gioia è davvero più grande perché ha reso consapevoli che la felicità non è una chimera, ma è il frutto dell’interazione allegra o dolorosa con l’uomo, con l’altro da sé.
La bellezza del film è resa ancor più intensa dall’alternarsi di flashback che ripropongono i vari incontri di Chris intervallati dalle scene di vita solitaria che conduce in Alaska. Magnifica la musica, quieta e potente, ad opera di Eddie Vedder, cantante dei Pearl Jam; la canzone Guaranteed, che accompagna le ultime scene del film, ha vinto il Golden Globe come migliore canzone originale. Spendo due parole ancora per l’attore protagonista Emile Hirsch, bravissimo e relativamente poco noto, che, accettando la parte, è andato incontro ad una sfida non indifferente: per rendere il cambiamento di Chris dall’inizio alla fine del viaggio ha dovuto perdere ben 20 chili (Christopher McCandless poco prima di morire pesava 30 chili).
Ho fatto fatica a scrivere questo articolo perché “Into the wild” è uno di quei rari film in cui, usciti dalla sala, non si riesce a dire nulla: nel vortice di sentimenti e pensieri che scatena, ogni parola sembra rovinarne la purezza e la forza. Bellissimo.
Alice Ronco
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categoria:cinema, pasqua 2008, ronco