Carissimi lettori, in questo ultimo numero dell’anno e, fortuna assistendomi, della mia vita nel Liceo Alfieri, vorrei dire due parole di un film attesissimo: il quarto episodio della storica e leggendaria saga di Indiana Jones. A diciannove anni dall’ultimo film, “Indiana Jones e l’ultima crociata”, Harrison Ford torna ad indossare i panni dell’intrepido professore e avventuroso archeologo, questa volta affiancato dal giovanissimo, e da me amatissimo, Shia Labeouf (l’abbiamo già visto recitare in “Disturbia” e “Transformers”). I diciannove anni non sono passati solo per Harrison Ford, ma anche il personaggio di Indiana è invecchiato di vent’anni e la situazione storica che fa da sfondo e si intreccia con le avventure del protagonista è mutata: Indy non ha più a che fare con i nazisti, nemici principali nei precedenti episodi ma questa volta si vede mettere i bastoni tra le ruote dai russi. “Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo” è infatti ambientato nel 1957, in piena guerra fredda: Indiana e Shia sono sulle tracce della madre di quest’ultimo, scomparsa insieme a una amico archeologo. Ripercorrendo le tappe percorse dai due, Indiana e il giovane Mutt (Shia) trovano un teschio di cristallo di epoca precolombiana, scolpito senza alcuno strumento, e le cui origini sono quindi avvolte nel mistero. Una leggenda sostiene che i teschi di cristallo abbiano enormi poteri e siano in grado di trasmettere a chi li possiede conoscenza, potere e dominio sul mondo. È proprio a questo scopo che i russi del KGB, guidati dall’agente Spalko, impersonato da una spettacolare Cate Blanchette irriconoscibile con un caschetto nero corvino, seguono Jones nella sua impresa sperando di trovare la leggendaria città e la sala dorata all’interno della quale si trovano riuniti tutti gli scheletri di cristallo e la conoscenza di cui sono portatori. Non voglio svelarvi il finale, ma personalmente l’ho trovato abbastanza deludente: un film d’avventura non può tollerare elementi di fantascienza; forse Lucas ha tentato con questa pellicola di proporre la saga di Star Wars come sequel più ovvio di questo episodio di Indiana Jones; quando avrete visto il film mi direte se non siete d’accordo.
Per quanto riguarda i personaggi, Indiana è immutato nel look: giubbotto di pelle, cappello e frusta; cambiato un po’ nella prestanza fisica, ma d’altronde vent’anni sono vent’anni per tutti, e lo si vede bene quando, tra i titoli di coda, compaiono una cinquantina di controfigure. Shia ha un look che rispecchia con enfasi gli anni cinquanta e i personaggi resi celebri da James Dean e Marlon Brando: ciuffo alla Fonzie, che si pettina in modo maniacale anche nei momenti di massima suspance, giubbotto di pelle autentico rock’n’roll e moto da duro. Cate Blachette dimostra ancora una volta di essere un’attrice non comune, estremamente versatile ed espressiva anche nell’interpretare un personaggio algido e impassibile. Ricompare sulle scene dopo anni anche Karen Allen che interpreta Marion Ravenwood, vecchia fiamma del protagonista e sua compagna nel film “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta”, qui madre di Mutt. Non voglio rivelare altro di questo nuovo kolossal, che al di là della capacità di tenere lo spettatore perennemente col fiato sospeso, mi lascia con qualche perplessità e un po’ di insipido in bocca.
Sperando in questi anni di essere stata una buona e fedele “amica di cinema”,vi saluto e vi auguro buone vacanze.
Alice Ronco
PS. In bocca al lupo a tutti quelli che, come me, daranno la maturità. “Che ne sarà di noi?” “Francamente, me ne infischio.”……………………Always cinema!





