lunedì, 06 ottobre 2008
L’ Albatro
Prendono spesso i marinai per gioco
Albatri, grandi uccelli marini,
che indolenti compagni di viaggio
seguono il bastimento mentre scivola
Sopra gli abissi amari.
 
Appena posti sulla tolda, questi re dell'azzurro
ora maldestri e vergognosi lasciano
penosamente trascinarsi ai fianchi
le grandi ali bianche come remi.
 
L'alato viaggiatore, com'è goffo
e fiacco! Lui, poc'anzi così bello,
com'è comico e insulso! Uno gli stuzzica
Il becco con la pipa, un altro mima
zoppicando l'infermo che volava!
 
Il Poeta assomiglia a questo principe
dei nembi, che frequenta la tempesta
e ride dell'arciere; a lui, esiliato
sulla terra, fra gli schiamazzi, le ali
da gigante impediscono il cammino.
                                  ( Baudelaire )
 
 
Il viaggio è del sognatore: indugiando, si muove tra scoscesi pendii, seguendo il sentiero a lui noto. Il suo cammino ha inizio come fuga; veloce si desta il disio di scappare, ricercare il Nuovo, l’ ignoto. Lo accompagna una vaga spensieratezza; si muove sonnambulo, lasciandosi condurre, leale lungo il Pensiero.
Questa è la sua dote: l’ umiltà di cui si avvale per conoscere e sapere.
Se prima calpesta la terra ora è preso da oblio e lo guida la mente; questo è il piacere che prova, un viaggio che termina nell’ inconscio, in tutto simile al Sogno.
 
Il viaggio è del romantico, che scivola sui Sentimenti, candido nel cuore, ad un tempo amato ed amante. Colui che impetuoso riversa fiducia nella Vita, che propone Amori sobri e passioni, desideri ebbri, colorati e presuntuosi.
Il romantico viaggia, spinto da dolci inviti, innamorato dei profumi e sapori di questo sentiero, che percorre voglioso.
Invaghendosi della Bellezza, il suo viaggio comincia; si compiace di molte cose ancora, si innamora delle parole altrui; culmina nell’amore per sé stesso. Così si dice che faccia sue ad un tempo razionalità ed irrazionalità: la causa del viaggio per lui è una brama, che urta i margini del Reale, e nell’amare gli altri ha fine di amare sé stesso.
 
Condizione del viaggio, ancora, è la curiosità; il tendere all’ ignoto del veggente ne è esempio.
Nelle domande del veggente si trovano percorsi tortuosi che insinuano una sola consapevolezza: il tempo non aspetta nessuno. Il viaggio è un discusso labirinto, levigato da continue ipotesi, che si districa in un’insonne solitudine; vaga il viandante nell’ impreciso, incorniciando dubbi, ascoltando Voci.
Il piacere del traballante cammino è lo stare in bilico, in punta di piedi, calibrando i passi, le movenze su di un infermo filo.
Viaggiare è ricercare traendo sospiri, cogliendo il dissimile, è abbandonare il proprio giudizio accettando l’altrui. Il piacere del viaggio sta nel descriverlo; il buon viaggiatore diventa pian piano poeta.
 
Del poeta il viaggio è complicato; molte volte egli inciampa. Il suo errare tende in direzioni opposte: azzarda il destino avanzando audace, ma si volta al passato pensoso; compaiono sul volto le prime rughe. Molte volte si confronta con specchi: ricuce parole in versi mentre cammina. Conforto trae dal rammendare i suoi errori.
Se pare superbo nelle sue affermazioni, nelle sue fiabesche poesie, nei suoi ineffabili versi, è forse l’ unico che lungo il  viaggio assapora e comprende il valore del Tempo. Non lo sfugge, non lo inganna, si concede nel percorso di invecchiare: anche nella più grandiosa ricerca vi è nobile umiltà.
 
Il viaggio è un sogno, un amore, un’aspettativa, un errore: è un pensiero condiviso, un        
           solitario sospiro.
Carolina Mostert
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categoria:racconto, mostert, giugno08
domenica, 04 maggio 2008
Vorrei raccontare la storia di un vagabondo; senza intrecci di parole complicate, con poco senso, ma ricercando l’essenza con un metodo preciso: un compatto e ponderato disordine scritto.
"Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa, ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di follia; cerca se stesso, esaurisce in se stesso tutti i veleni per serbarne la quintessenza.”(Rimbaud)
Inizia la storia di un viaggiatore, dell’uomo dalle suole di vento, che afferma e vanta di aver visto il sole basso, macchiato di mistici orrori, illuminare lunghi filamenti di viola. Gli parevano attori in antichi drammi.
Fu condannato da una società labile, succube di effimere opinioni, che costringevano a cadere in luoghi comuni; voragini. Forse è vero, ha pianto troppo: Le Albe trovava strazianti. Ogni luna atroce ed ogni sole amaro.
Durante la sua instancabile ricerca, da ineffabile straniero, scrive il suo delirio:
“A me. La storia di una delle mie follie. Da molto tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili, e trovavo risibili le celebrità della pittura e della poesia moderna.
Amavo le pitture idiote, sovrapporte, addobbi, tele di saltimbanchi, insegne, miniature popolari; la letteratura fuori moda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle bisnonne, racconti di fate, libretti per l'infanzia, vecchie opere, ritornelli insulsi, ritmi ingenui.
Sognavo crociate, spedizioni di cui non esistono relazioni, repubbliche senza storie, guerre di religione represse, rivoluzioni del costume, migrazioni di razze e di continenti: credevo a tutti gli incantesimi. Inventai il colore delle vocali! - A nera, E bianca, I rossa, O blu, U verde. - Regolai la forma e il movimento di ogni consonante, e, con ritmi istintivi, mi lusingai di inventare un verbo poetico accessibile, un giorno o l'altro, a tutti i sensi. Riservavo la traduzione.
All'inizio fu uno studio. Scrivevo silenzi, notti, notavo l'inesprimibile. Fissavo vertigini.” (Rimbaud)
Questo scrittore, poeta veggente, pone le parole in prospettive discontinue ed irreali: le esprime con immagini allucinate, ascoltandone l’incastro e plasmando la creazione su pensieri a lui precedenti, analogie: “Se quel che riporta di laggiù ha una forma, dà una forma: se è informe dà l'informe..."
Intendiamo la sua come una fuga da ogni logica e controllo razionale; che tende all’ Ignoto attraverso vertigini, gemendo nella riluttanza, vittima di un caos trionfante e di sovrumana tortura.
Con stanchezza, tramutata pazzia, il vagabondo mutato in poeta veggente, definisce il suo come il viaggio di un viaggiatore, di un maniaco dello spostamento che porta nel sangue le potenze vagabonde del movimento per il movimento.
Una critica a questi testi: osati, quasi ermetici. Dunque incomprensibili? Eppure, se ne districo i versi, trovo il loro senso e comprendo nel profondo la titubanza di un poeta nell’esprimere diretto il suo pensiero.
Ricercando sé stesso e quindi l’autentica poesia, il poeta attua un distacco, rivelando inaspettate incongruenze: a “ Scriverai ancora?”, lui risponderà “ Non ci penso più”.
E' letteratura scentrata, esasperata dall'ottica della marcia e da una testa surriscaldata di vagabondo..                                                                                                      
Carolina Mostert
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categoria:racconto, mostert, pasqua 2008
domenica, 10 febbraio 2008
Raccogliamo il silenzio: dentro vi trovo un astratto equilibrio, che permette al tempo di non rallentare, ai diffidenti di non soffocare in traballante incertezza.
 
A dispetto di tutto, brucia l’ autunno. Incandescente, trattenuto dai pittori, muore nell’odore acre del camino; è cenere negli occhi polverosi dei ragazzi.
Anche la rosa diventa scontata, con i petali che lentamente, intorno al cuore sbiadiscono. Ma le spine: per avvertire sfiorano, per ogni tocco, trafiggono. Nel fiorire della rosa vigilano dannate la bellezza, rimanendo, nel suo appassire, indiscusse; trattengono dubbia immortalità, tra fascino ed errore.
 
Esplode il tramonto: termina l’ autunno in occhi caldi, si rovescia il sole, si inclina all’orizzontale. Morbido, risale e cede sullo sfondo, sprofonda nel silenzio raccolto nel pallido giorno.
 
Il passare della mia stagione, il pallore della candida rosa, si sgretolano nella loro contrastante fine. Il tramonto, intanto, incendia.
 
Nel legno scalfito queste parole si incastrano: sono impronte su vetri, polvere tra ricami.
Questi, sono echi di vergogna che tacendo, racchiudono un mio giudizio amaro: il nostro, è nell’ infinito, un naufragio.
 
Resta odore di tabacco, sapore di liquore, cera di candela.
Ecco sottili indizi: fogli sparsi, nastri disfatti; singhiozzi. Rimbombi di preghiera.
Ritratti di tutti e di nessuno, con colori sudici, dipinti incorniciati da cartone, da linee, strisce dei ricordi di persone. Il divino dubitato, come domandato; blasfemie.
Descrivo la disfatta della salda verità che ultima scivola, su residui di sapone.
 
Sono delitti di terrena avidità, negati, tra saggezza incompleta e labile ignoranza.
 
Suoni ridondanti: litigi e pareti. Interruzioni verticali. Vuoti ripidi con infranti i richiami di profonde grida. Sono sottomesse voci di vendetta, che per convenzioni vengono dimenticate.
 
Traggo un ragionamento da questa sconfitta. E’ dalla solitudine che nasce la mia logica, e si sparge come incenso: se indiscussa la violenza brucia, fuoco nell’ umano, si disperde, fumo, nell’ eterno.
 
 
                                                                                                             Carolina Mostert
 
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categoria:varie, febbraio 2008, mostert