lunedì, 06 ottobre 2008
Qual è la differenza tra "Gotamo", "l'indiano redentore del mondo", "il Buddho", "lo Svegliato", "l'essere senza mania" e un signore giapponese dall'innocente e cacofonico nome di Itsuo Tsuda?
Molte risposte possono essere giuste contemporaneamente. La prima: Buddha nacque nel sesto secolo avanti Cristo, il signor Tsuda invece nel 1914. La seconda: il primo ha lasciato testimonianza tramite una serie di scritti raccolti dai suoi allievi in un testo fondamentale, I quattro pilastri della saggezza, il sensei giapponese invece ha scritto molti saggi, tra cui Il triangolo instabile. E ancora: l'uno si pone come obiettivo l'eliminazione del male dal mondo (o quantomeno dal singolo), l'altro non sopporta avere uno scopo.
Eppure il divulgatore di una delle maggiori filosofie religiose del mondo e un semplice signore giapponese che si dilettava di aikido presentano dei sincronismi sospetti, uno tra tutti: entrambi hanno abbandonato la ricca casa paterna in giovane età, per darsi alla conoscenza e all'esperienza diretta del mondo (ma allora dovremmo forse comprendere anche il povero Francesco di Assisi).
Buddha viaggiò e meditò lungamente prima di giungere a quello stato di risveglio che è proprio degli illuminati, mentre Tsuda, nel suo vagabondare, finì in Francia, a studiare con Marcel Granet e Marcel Mauss; tornò quindi in Giappone, dove studiò aikido con il maestro Ueshiba e con il maestro Noguchi. Si fece portatore di una filosofia anti-filosofica, di una religione priva di mistica, creò una scuola senza insegnamenti. Questa, forse, è la maggiore differenza che intercorre tra Buddha e Itsuo Tsuda: l'organicità, la sistematizzazione, il -permettetemi la parola- dogmatismo.
Affermo ciò basandomi solo sui testi che ho citato e su alcune personali sensazioni, non avendo nessun tipo di competenza teologica o dogmatologica.
Mi è capitato di recente di imbattermi ne I quattro pilastri della saggezza, appunto, e la prima cosa che mi ha colpito -dopo la complessità stilistica, tipica di un'epoca molto remota e di una civiltà ancora oggi molto diversa da quella occidentale- è stata la pacatezza con cui vengono espressi alcuni concetti, così diversa dalle vivide immagini proposte dai testi sacri delle religioni rivelate. Secondo il buddhismo, o meglio, secondo le lezioni originarie del Buddha (perchè il buddhismo è diviso in tante sette quante quelle cristiane protestanti) l'uomo è cattivo perchè è captivus del dolore, della sofferenza. Da cosa deriva la sofferenza? Dal desiderio frustrato per qualcosa che non possiamo avere, o per qualcosa che abbiamo e temiamo possa essere rubato. Ecco quindi che sotto all'apparente malvagità innata della specie umana c'è la brama. "La dritta via, o monaci, che mena alla purificazione degli essere, al superamento del dolore e della miseria, alla distruzione della sofferenza e della pena, all'acquisto del giusto, al realizzamento dell'estinzione, è data dai quattro pilastri del sapere" dice il Buddho nel primo discorso: attraverso i quattro pilastri, l'ottuplice sentiero e tutta una serie di pratiche graduali si può arrivare...a cosa? Alla felicità? Alla pace? Alla gioia? Men che meno. Si può arrivare al Nirvana, che è uno stato intraducibile in sintagmi umani, un po' come quando si cerca di immaginare l'universo infinito o la propria morte, il proprio annientamento. Perchè in effetti è proprio così: il buddhismo, praticato seriamente, dovrebbe in ultima istanza privarci delle nostre fattezze umane, delle nostre emozioni, e farci adagiare su un comodo "non-non-voglio" che non è volontà e non è non-volontà, ma semplicemente armonia del nostro essere con tutto quello che ci sta intorno.
Al di là della pratica totale del buddhismo, che dubito sia stata e sarà mai realizzata da qualcun altro che non sia lo Svegliato, alcuni mantra, alcune tecniche base, se portate avanti con costanza, possono davvero migliorare la condizione di vita dell'uomo, renderlo più recettivo, meno chiuso, meno arrabbiato, più disposto al "lasciar correre" piuttosto che fare la punta a tutte le matite possibili per scaricare un po' di frustrazione/depressione/irritazione. La cosa importante è che queste tecniche sono immediatamente fruibili, non richiedono grandi dimostrazioni di fede e hanno un'utilità qui e ora, non promettono un'altra vita. Insomma, credevo di avere veramente trovato la filosofia religiosa meno religiosa possibile, quando, passeggiando per gli stand della Fiera del Libro ho incontrato la copertina rossa de Il triangolo instabile: tre ideogrammi giapponesi, πνευμα, spiritus. Aikido è una parola formata da tre ideogrammi: ai=armonia, ki=energia e do= via, che insieme suonano come "via dell'armonizzazione interiore". È un'arte marziale che non è fatta di solo combattimento, ma che, anzi, sfrutta più che altro dei movimenti che sorgono spontanei in noi, si basa sul principio della "non-resistenza" all'avversario, anzi, del "non-avversario", perchè appena si pensa razionalmente all'avversario e alla situazione il nostro ki si blocca e non fluisce più in modo spontaneo. Il saggio del signor Tsuda non tratta di tecniche di combattimento, ma applica lo stesso principio ad un altro "avversario": il nostro corpo.
Appena iniziato a leggere la mia opinione che si trattasse dei vaneggiamenti di un santone orientale era suffragata da affermazioni del tipo "L'Aikido è un'arte di ridiventare bambini...senza essere puerili" o "La salute è una cosa naturale che non richiede nessun intervento artificiale", disseminate in tutto il libro. Oltretutto il signor Tsuda citava di continuo yuki e il movimento rigeneratore e lo stato extra-piramidale senza fare il minimo riassunto delle puntate precedenti, per cui per me queste rimanevano espressioni senza alcun senso. Poi mi sono imbattuta, a pagina 124, in un'immagine del triangolo instabile e ho finalmente capito: "Bisogna che ciascuno prenda coscienza della responsabilità del proprio organismo". "Prenda coscienza", non "impari" o "capisca", queste sono parole di volontà, mentre il prendere coscienza indica riscoprire qualcosa che avevamo già in noi.
Ecco perchè il signor Tsuda si è divertito a farmi esempi su esempi, a citare casi di signore giapponesi, francesi, inglesi che partorivano per 123 pagine: per farmi prendere coscienza di quello che mi stava dicendo, una specie di Socrate con gli occhi a mandorla.
Il maestro Noguchi diceva "Provatelo una volta e dimenticatelo poi completamente" a proposito di un qualche movimento o yuki, perchè in un momento di emergenza se si pensa si rimane pietrificati dalla forza dell'avversario e non si riesce a riprodurre movimenti provati centinaia di volte e imparati a memoria.
La non-filosofia del signor Tsuda prevede che non si uniscano a lui persone con "motivi incompatibili, come il bisogno di dipendenza, di essere presi in carico, il bisogno di tenerezza, la ricerca di un miracolo, etc.", perchè non è il sensei (il maestro) a dover mostrare la via all'allievo, ma è l'autodidatta che la trova da solo, quando tocca il fondo. È in questa chiave che il signor Tsuda interpreta, per esempio, le malattie: esse non sono ciò che ci fa star male, ma la manifestazione che il nostro organismo non è in equilibrio e, quindi, il tentativo del nostro corpo di ristabilire la calma.
Purtroppo (o per fortuna) la nostra mente occidentale è molto rigida a questo proposito, perchè fa grande uso dell'Intelligenza e poco dell'Istinto: noi abbiamo una grande capacità di organizzare, pianificare, costruire, inventare e senza rendercene conto abbiamo ammassato una gran quantità di sovrastrutture su di noi, che ci impediscono, con la Ragione della scienza, di concepire il mondo alla rovescia. Se l'uomo è un triangolo, per noi è normale che abbia la punta rivolta all'ingiù e che quindi debba essere puntellato continuamente perchè non cada, mentre per il signor Tsuda è ovvio che il triangolo debba poggiare saldamente sulla base, senza alcun bisogno di sostegni esterni.
Questa è la differenza tra noi -civiltà occidentale- e il signor Tsuda: il bisogno di avere sempre un puntello nuovo, ecco perchè il nostro è un triangolo instabile.
 
Ho l'impressione che stiano trasformando il mondo libero in un vasto campo di concentramento.
 
Ps.A parte tutto, non ho ancora capito cosa sia lo cosa sia lo yuki, cercherò di scoprirlo durante l'estate...
 
Memo, Maria Lia Malandrino
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categoria:memo, giugno08
domenica, 11 maggio 2008
Tirando avanti lontano dai guai in attesa del giorno in cui morirai
 
Le prime forme di squali fossili rinvenute datano circa 425 milioni di anni.
 “E’ un pesce preistorico sai? Nato perfetto”
Da cento milioni di anni fa ad adesso gli squali hanno subito cambiamenti evolutivi marginali, essendosi già adattati perfettamente alle condizioni di vita marine.
“E’ un archetipo vivente. Per noi è diventato un archetipo di morte, ma c’è un errore: questo pesce è la vita, da sempre”
Gli squali sono pesci cartilaginei, dotati di pinne pettorali, pinne pelviche, una pinna anale, una pinna caudale (avente un lobo superiore ed un lobo inferiore) e due pinne dorsali, tra cui la famigerata pinna che spunta dall’acqua, terrore di naufraghi e surfisti, che permette loro di spaccare le onde e dirigersi dritti, sempre in equilibrio, verso l’obiettivo.
Forse è proprio la loro proverbiale precisione, sinonimo di ferocia metodica da killer, che ha ispirato Caterina Bonvicini, autrice dell’appena pubblicato “L’equilibrio degli squali”, una storia agrodolce, così intrinsecamente torinese da posizionarsi subito nel luogo della mia mente dove si conservano i deja-vu. Infatti mi risulta così familiare il vagabondare di Sofia, la protagonista, per una Torino straniera e affettuosa, calda al di sotto della sua apparente freddezza.
Sofia è una fotografa, ma si guadagna da vivere con i servizi nuziali, ai Giardini Zen del Valentino, ritraendo orde di parenti e sposi novelli nelle pose più convintamente convenzionali, apprezzando la loro felicità semplice.
I denti degli squali sono disposti in file parallele. Dietro la linea esterna dei denti funzionali, si sviluppano continuamente diverse linee di denti di scorta per tutta la vita dell'individuo. Studi degli scienziati del Mote hanno mostrato che, in media, uno squalo nutrice, replica ogni fila frontale di denti ogni 10-14 giorni in estate, quando mangia attivamente, e ogni uno o due mesi in inverno, quando sono meno attivi. Vi sono tre forme base di dente: largo con bordi seghettati (atto a tagliare), piatto (atto a triturare) e stretto e allungato (atto a strappare), come quello che porta Sofia al collo: suo padre, Ferdinando, è uno studioso di squali.
“Mio padre è un uomo sereno. Lo si capisce dalla qualità delle sue rughe: sono segni tracciati dal sole, non dal tormento. Lui ha trovato un demone fuori di sé. E lo accarezza, lo tiene per la pinna, lo ipnotizza appoggiandogli la mano sul naso”
Gli squali si trovano piuttosto a loro agio sotto all’etichetta “demoni”, non tanto per le crudeli stragi a loro attribuite dall’immaginario collettivo, quanto più per la loro imperscrutabilità e per la capacità di percepire gli stati d’animo degli altri. Gli squali hanno organi di senso assi sviluppati, che li rendono particolarmente efficaci nel momento in cui debbono procacciarsi il cibo: un olfatto assai acuto, una vista discreta (gli occhi sono protetti da tre palpebre) anche in assenza totale di illuminazione, la linea laterale che, in mancanza dell’orecchio, percepisce le vibrazioni dell’acqua, e degli organi per l’elettrorecezione, le Ampolle del Lorenzini. Uno squalo abbastanza vicino ad un essere umano potrebbe forse essere nella sua mente. Un po’ come i demoni di Margherita, la madre di Sofia, morta suicida quando lei aveva sei anni, che tornano a farsi sentire prepotenti nella vita di Sofia, attraverso delle lettere lasciate dentro a un cassetto per anni.
Sembra infatti che la vita tenda a riproporle sempre lo stesso tipo di personaggi, quasi che Sofia debba espiare qualche cosa: prima con, Nicola, sposato a vent’anni, maniaco ossessivo compulsivo, poi con Arturo, il manager con la crisi di mezz’età, depresso occasionale e ancora con Marcello, che tradisce la moglie e non si assume responsabilità, perchè –forse a causa di un debole locus of control- non ritiene di esserne capace. Sofia è la forza per tutti questi uomini, amanti. È la saggezza, che sua madre ha voluto conferirle.
“Forse ho abbracciato questo mestiere sperando in un po’ di maledettismo, invece no. Scendo dritta dritta da Leon Battista Alberti: luce, prospettiva e un rigore implacabile. Mi chiudo nel mio studio, lavoro e trovo pace”
Eppure poco a poco la Bonvicini sparge indizi, mezze parole, che raccontano il viaggio di Sofia nel mondo dei demoni, viaggio che sembra avere un’unica possibile fine.
“Solo io so che sono una cosa semplice. In fondo cammino dritta verso la fine come tutti gli animali deboli”
Gli squali sono dotati di cinque paia di fessure branchiali presso le attaccature anteriori delle pinne pettorali. Le branchie hanno funzione respiratoria: l'acqua entra nella bocca dello squalo, e quando poi fuoriesce dalle fessure branchiali, sulle branchie, che sono fortemente vascolarizzate, hanno luogo gli scambi gassosi, ossia assunzione di ossigeno e rilascio di anidride carbonica. Com’è ovvio, se l’acqua non passa più attraverso le branchie gli squali muoiono soffocati, accade perciò che un animale talmente perfetto da non essersi evoluto negli ultimi cento milioni di anni non possa fermarsi e sia costretto a nuotare sempre, per non morire. “Come tutti gli animali deboli”
Attraverso un intenso gioco di relazioni tra i personaggi Caterina Bonvicini lascia trasparire l’immagine di una specie al vertice della catena alimentare del pianeta e, tuttavia, miserabile. Costretta a correre sempre per non morire, costretta a scappare, per non inciampare nei propri demoni. Noi siamo gli squali, ergo, siamo noi i demoni. L’uno per l’altro, ognuno per tutti.
Per non farsi male bisogna occuparsi di altro, di cui siamo spettatori: siamo attori solo di noi stessi.
La Bonvicini ripropone, capovolgendolo, il concetto pascaliano del divertimento (da de-vertere) come unico modo per sfuggire alla depressione e alla vanità umana. Infatti Margherita, che appare come il meno realizzato dei personaggi, si concentra in realtà sull’unica cosa importante: l’indagine delle nostre profondità, non di quelle marine di Ferdinando che –di fatto- de-vertono dal problema.
Indagando noi stessi conosceremo tutta la creazione, pensava Agostino da Ippona, ma l’inconoscibilità in passato attribuita a Dio, è diventata sempre più umana nel corso del ‘900. Adesso Cusano avrebbe ragione a paragonarci –noi, animo cosciente- ad un poligono inscritto in un cerchio, che, per quanto tenti di avvicinarsi, non coinciderà mai con il cerchio, dove il cerchio non è Dio, bensì un altro nostro Io, quello irrazionale, abissale, subacqueo.
 
Memo, Maria Lia Malandrino
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categoria:libri, memo, maggio 2008
giovedì, 27 marzo 2008
C’è qualcos’altro che accomuna tutti noi, esseri umani, oltre alle caratteristiche fisiologiche proprie della nostra specie e questo qualcosa si radica profondamente nella nostra psiche.
Si tratta di questioni mai risolte, i cosiddetti grandi temi dell’umanità, circa i quali ognuno, prima o poi, sente il bisogno di dire qualcosa ed infatti è possibile, in qualunque momento, trovarne testimonianza intorno a noi.
Gli antichi, che non avevano ancora conosciuto Freud, arrangiandosi, inventarono il mito a questo proposito, per dare una forma alle loro paure e alle loro passioni più infime e trascinanti e ancora adesso questo mezzo è molto utile per tentare di oggettivare quello che passa attraverso il nostro animo contorto. Dalla nascita della psicanalisi molti intellettuali, pur non essendo scienziati, hanno attinto e donato a quella branca della letteratura che vuole essere strumento conoscitivo oltre che mezzo d’intrattenimento.
Tra questi mi sembra doveroso citare il nome di un autore tormentato, il cui centenario dalla nascita ricorre proprio quest’anno: Cesare Pavese, scrittore a me molto caro sia per questioni territoriali (frequentò il D’Azeglio e visse gran parte della sua vita a Torino), sia per quella sua inquietudine perenne che gli impediva di imparare “il mestiere di vivere” –titolo con cui è pubblicato il suo diario 1935-1950- e che lo spinse infine al suicidio il 27 agosto del ’50.
Alla fine della seconda guerra mondiale Pavese sia avvicinò molto allo studio della psicanalisi, tanto che ideò la “Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici” per la casa editrice Einaudi che comprendeva la pubblicazione delle opere di intellettuali come Propp, Frobenius e Jung. Nel frattempo egli stesso stava componendo un’opera che racchiude al suo interno gran parte di quei “grandi temi” di cui parlavo prima: “Dialoghi con Leucò”, una raccolta di 27 racconti in forma di dialogo tra personaggi del mito greco perchè “ci siamo accontentati di servirci di miti ellenici data la perdonabile voga popolare di questi miti, la loro immediata e tradizionale accettabilità”, come spiega Pavese nell’Avvertenza introduttiva. Il mito infatti è tanto più efficace quanto più è familiare, perchè, di fatto, ogni mito racconta noi stessi.
A partire da La nube, storia di Issione e della Nube che è costretta a mostrargli l’ormai insanabile distanza che la Legge ha posto tra uomini e mostri, Pavese analizza il significato dell’Amore, della Passione, del Sorriso, del Sesso e della Morte, fino a giungere a Gli dei, sostanza immortali, anche se non eterne.
Prima della coscienza l’Uomo stesso era un mostro, un Titano, e viveva nell’incoscienza con le altre entità eterne e primitive come le nubi, appunto, i centauri, il vento e altre cose simili e implacabili. Poi nacquero gli dei, o forse li creò l’uomo. “La Nube – O Issione, Issione, la tua sorte è segnata. Adesso sai cos’è mutato sopra i monti. E anche tu sei mutato. E credi di essere qualcosa di più di un uomo. Issione – Ti dico, Nefele, che tu sei come loro [gli dei]. Perchè, almeno in sogno, non dovrebbero piacermi? La Nube – Folle, non puoi fermarti ai sogni. Salirai fino a loro. Farai qualcosa di terribile. Poi verrà quella morte. Issione – Dimmi i nome di tutte le dee. La Nube – Lo vedi che il sogno non ti basta già più?”. L’uomo diede i nomi alle cose e ai sentimenti, per razionalizzarli, ed essi diventarono dei, immortali. L’uomo finì per credere che gli dei avessero un’esistenza autonoma, ma come ha intuito l’astuta Demetra ne Il mistero “Demetra – Verrà il giorno che ci penseranno da soli. E lo faranno senza di noi, con un racconto. Parleranno di uomini che hanno vinta la morte. Già qualcuno di loro l’han messo nel cielo, qualcuno scende nell’inferno ogni sei mesi. Uno di loro ha combattuto con la Morte e le ha strappato una creatura...capiscimi Iacco [Dioniso], faranno da soli. E allora noi ritorneremo quel che fummo: aria, acqua e terra”.
Così Demetra e Dioniso inventarono un racconto per gli esseri umani, e questo fu il racconto dei misteri eleusini, per ingannare la morte, far finta di essere immortali e salvare il culto degli dei. Poi le ambizioni dell’uomo si spostarono dal sottoterra verso il cielo e poi, per soddisfare i suoi bisogni, la sua curiosità, inventò la psicanalisi, il consumismo, la scienza, ma questa è un’altra storia, anche se Prometeo l’aveva presagita. Prometeo, incatenato ne La rupe per aver donato il fuoco ed altri artifici tecnici all’uomo, sconta la sua pena da lunghissimo tempo, quando sopraggiunge Eracle a liberarlo. In quel momento Prometeo è restio ad abbandonare la sua rupe. Rupe intesa come luogo di dolore profondissimo che pure non si può abbandonare: il mondo prima degli dei era un mondo di rupi, lo dice Eracle. “Prometeo – Tutti avete una rupe, voi uomini. Per questo vi amavo. Ma gli dei sono quelli che non sanno la rupe. Non sanno ridere né piangere. Sorridono davanti al destino.”
Quel sorriso è ciò che differenzia noi mortali dagli dei perchè, come dice Leucotea (Leucò) ne  Le streghe i mortali “non sanno sorridere”. Era quello che la ninfa Calipso aveva tentato di spiegare ad Odisseo sull’isola Ogigia: “Calipso – [...] Qui puoi vivere sempre. Odisseo – Una vita immortale. Calipso – Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto? Odisseo – Io credevo immortale chi non teme la morte. Calipso – Chi non spera di vivere.” (L’isola).
Noi uomini ridiamo e piangiamo davanti al destino, ognuno radicato sulla propria rupe, eppure guardiamo gli dei, anche solo in sogno, e vogliamo essere come loro, vogliamo dargli dei nomi, vogliamo conoscerli.
Gli dei sono le cose del mondo e di noi stessi che ogni giorno scrutiamo, che vogliamo conoscere e forse facciamo dei passi avanti, o forse indietro, ogni giorno.
Noi possiamo ambire a conoscere gli dei perchè gli dei sono finiti –come il mito-, ecco perchè ognuno può riconoscersi in loro. Ecco perchè abbiamo inventato gli dei, archetipi di sentimenti: perchè noi esseri umani, infiniti per dirla con Leibniz, non possiamo neanche sperare di conoscere noi stessi senza un modello che possa catalogare, semplificando, i “grandi temi”.
E proprio la Passione ci differenzia dagli dei. La Passione è pesante, molto più pesante del sorriso eterno di chi non conosce la Rupe, ce lo spiega Circe, parlando di Odisseo “Circe – Con Penelope non doveva sorridere, con lei tutto, anche il pasto quotidiano, era serio e inedito: potevano prepararsi alla morte”. Di fatto la Passione, la Pesantezza è l’antidoto alla morte, la nostra vita è così breve che non possiamo sorridere, mentre gli dei sono fatti di Leggerezza e non potranno mai capire la Rupe dell’uomo, perchè sono essi stessi la sua Rupe: la Leggerezza è insostenibile, anche se così ricercata.
 
Memo, Maria Lia Malandrino
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categoria:libri, memo, pasqua 2008
venerdì, 15 febbraio 2008
Per cominciare vorrei fare ammenda del terribile refuso comparso nello scorso articolo, per cui è sembrato che “La Mandragola” sia stata scritta da Boccaccio e non da Machiavelli, suo legittimo autore. Dopo questo primo chiarimento, proseguiamo pure nel viaggio “La letteratura e le donne”.
Analizzando il prototipo maschile di artista o scrittore del passato non può non balzare all’occhio che gli unici uomini che potevano dedicarsi alla letteratura senza remore erano i ricchi, altrimenti era necessario che un uomo di classe media diventasse poeta di corte e si facesse mantenere da qualche signorotto. È evidente che il problema pecuniario si pone molto seriamente nella vita di un artista, come avrebbe potuto quindi la categoria più povera del mondo permettersi una vita simile?
Le donne, si sa, sono state per secoli la classe più squattrinata di tutta la piramide sociale: non erano proprietarie di nulla, non della casa, non del patrimonio, in effetti nemmeno di se stesse se si pensa al meccanismo della dote come “caparra”.
Le nobildonne dispensate dal lavoro manuale potevano dedicarsi soltanto ad un certo tipo di letteratura: le lettere o, al massimo, i diari, ma sarà una donna della “middle class” a dimostrare, alla fine del seicento, che era possibile per una donna vivere di romanzi. Alla morte prematura del marito Aphra Behn, una donna dotata di doti modeste come l’umorismo e il coraggio, dovette guadagnarsi da vivere alla stregua degli altri uomini e riuscì a sopravvivere, lavorando moltissimo e attirandosi le antipatie di molti. Ecco fatto: si aprivano le porte della possibilità per le giovani lavoratrici, di avere un reddito senza dipendere da padri, mariti o fratelli, anche se in pratica furono poche le pioniere che scelsero un tale stile di vita. Quale genitore vorrebbe avere una figlia come Aphra Behn? Dalle pioniere del settecento discesero Jane Austen e le sorelle Brontë, dai primi racconti pubblicati a puntate sulle riviste vennero fuori romanzi come “Jane Eyre”, “Cime tempestose” o “Orgoglio e Pregiudizio”. Certo. I temi di questi romanzi non possono discostarsi molto da quella che era la realtà di una signorina borghese dell’epoca, più che d’amore non si può parlare e se si parla d’altro si cade in una temibile trappola. Quando Jane Eyre riflette, inconsciamente, circa la roccaforte maschile del sapere, circa l’ingiustizia della situazione femminile, ecco che incappa nell’astio, si fa prendere dalla rabbia. Purtroppo –è ancora così adesso- una donna che si arrabbia è un’isterica ed è proprio questo quello che trasmettono alcune pagine di “Jane Eyre”: isteria, debolezza, perchè l’autrice non stava pensando alla storia dell’istitutrice, stava pensando a se stessa. Quando Tolstoj produceva Il Romanzo per eccellenza di certo non pensava a se stesso, non era tormentato del desiderio di rivalsa. Era semplicemente preso dalle proprie riflessioni, dalle proprie trame, in pace con se stesso.
È questo il tema principale di “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf: l’ammissione di questa rabbia e la speranza che le giovani scrittrici la abbandonino. Il saggio della Woolf è la summa delle conferenze che la scrittrice tenne sul tema Le donne e il romanzo alle università femminili di Newnham e Girton nell’ottobre del 1928. Già all’epoca quindi si dibatteva sull’annosa questione che oggi vede le donne e il romanzo come elementi talmente indissolubili che secondo Ian McEwan, The Guardian <<Quando le donne smetteranno di leggere, il romanzo morirà>>.
Bisogna ammettere infatti che dall’800 in poi il mondo della letteratura si aprì anche per le artiste in gonnella e la stessa Woolf individua il romanzo come un genere prettamente femminile, ma è capitato, per quel meccanismo perverso che investe le minoranze, che, soprattutto negli ultimi anni, le donne si siano adagiate in una nicchia, da cui è impossibile spodestarle e in cui, di fatto, si sono ghettizzate: il Rosa.
Dopo le suffraggette e Simone de Beauvoir ecco Helen Fielding e “Il diario di Bridget Jones”.
Il mercato odierno è ormai saturo di romanzetti che ci ripropongono, pagina dopo pagina, lo stesso modello: la donna single che può essere, nel caso di Bridget Jones una pasticciona in carne che cerca di dimagrire, nel caso di “I love shopping with...” una patologica dello shopping. Qual è il fine, dopo le mille peripezie tra completini intimi, storielle e rossetti se non la ricerca di un uomo?
La tanto famigerata liberazione sessuale fa si che le donne possano essere libere senza essere considerate libertine, ma persino le protagoniste di Sex and the city vogliono l’amore.
L’amore è da secoli, da Saffo in effetti, il tema principale delle produzioni femminili. L’amore che, nella nostra società, viene proiettato quasi esclusivamente alla ricerca del principe azzurro. L’amore che è dedizione, cura e preoccupazione perenne per l’altro in una donna e che quindi la riporta, come sempre al suo ruolo di moglie, di madre. Dopo un secolo fortunato, il ‘900, in cui grandi scrittrici hanno tentato di parlare d’altro senza astio, di cimentarsi in argomenti tipicamente maschili senza vederli con un’ottica maschile, ecco che fine ha fatto la Scrittrice a cui la Woolf auspicava, per cui molte donne hanno scritto opere non ottime, nel tentativo di migliorarsi: è diventata Melissa P. Non voglio parlare delle capacità lessicali della ragazzina in questione, perchè ancora una volta è il tema che spicca in primo piano: voglio l’amore. Melissa P. è alla continua ricerca dell’amore della sua vita e il fatto che lo dica attraverso una sintassi banale ha poca importanza: il messaggio arriverà comunque alle ragazzine.
Le donne leggono più degli uomini, circa un 60 contro un 40 per cento, in effetti, ormai, la professione di scrittrice è ampiamente accettata, come mai? Perchè, come al solito, non basta che una porta venga aperta perchè qualcuno si decida a passare. Ricordate Aphra Behn? Dopo di lei non furono in migliaia a prendere una penna in mano anche se era possibile farlo, simmetricamente “al giorno d’oggi” le donne sono libere di uscire di casa, di studiare, di diventare matematiche, fisiche, di scrivere romanzi horror. Perchè non lo fanno?
Si vede che non è insito nella natura della donna fare tutte queste cose, potrebbe essere la risposta di alcuni, ma nulla è innato (nemmeno l’istinto materno) e troppo spesso la parola naturale viene confusa con socialmente accettato. Negli ultimi anni c’è stata una corsa alla ri-differenziazione di genere, processo di cui ognuno può rendersi conto: basta guardare una pubblicità di giocattoli per bambini, leggere Paperinik o Minnie-Mag, sfogliare un testo scolastico. Nello scorso articolo avevo citato l’introduzione del manuale “Dal tessuto all’abito”, ridicola nel suo essere esplicita, a tutt’oggi però il lavoro di Irene Biemmi “Sessi e sessismo nei testi scolastici. La rappresentazione dei generi nei libri di lettura delle elementari” mostra l’evidente sproporzione di protagonisti maschi (182 maschi su 123 femmine) e soprattutto la differenziazione immediata dei ruoli: i maschi possono essere re o calciatori, manager o inventori. I ruoli riservati alle femmine sono, ancora, legati alla cura e all’amore: maga, nutrice, principessa, mamma, scrittrice. Ciò che era stata la conquista della letteratura da parte delle donne si è trasformata in una prigione. Al di là dell’effettivo valore artistico delle opere, che spinge l’ultraottantenne premio Nobel Doris Lessing a esprimersi così sui libri “brutti e inutili” delle giovani scrittrici inglesi <<E’ doloroso, alla mia età, vedere tutte queste ragazze superficiali e ignoranti far finta di essere orgogliose della loro femminilità>>. È doloroso davvero vedere come non abbiamo fatto un passo dal VII secolo avanti Cristo, quando Saffo insegnava l’amore alle giovani nel tiaso, unica materia importante.
Questa consapevolezza spinge persino un’amante del meraviglioso sognare come me a lanciare l’appello: genere femminile, facciamo qualcosa! Scopriamo qualcosa! Lasciamo un segno come persone, non come amanti di qualcun altro! Mi rifiuto di credere che la donna sia solamente un angelo, che sia mistero, che sia seduzione, che sia eleganza, che sia tatto, che sia affetto, compassione, amore. La donna è anche intelligenza.
 
Memo, Maria Lia Malandrino
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categoria:libri, memo, febbraio 2008