Qual è la differenza tra "Gotamo", "l'indiano redentore del mondo", "il Buddho", "lo Svegliato", "l'essere senza mania" e un signore giapponese dall'innocente e cacofonico nome di Itsuo Tsuda?
Molte risposte possono essere giuste contemporaneamente. La prima: Buddha nacque nel sesto secolo avanti Cristo, il signor Tsuda invece nel 1914. La seconda: il primo ha lasciato testimonianza tramite una serie di scritti raccolti dai suoi allievi in un testo fondamentale, I quattro pilastri della saggezza, il sensei giapponese invece ha scritto molti saggi, tra cui Il triangolo instabile. E ancora: l'uno si pone come obiettivo l'eliminazione del male dal mondo (o quantomeno dal singolo), l'altro non sopporta avere uno scopo.
Eppure il divulgatore di una delle maggiori filosofie religiose del mondo e un semplice signore giapponese che si dilettava di aikido presentano dei sincronismi sospetti, uno tra tutti: entrambi hanno abbandonato la ricca casa paterna in giovane età, per darsi alla conoscenza e all'esperienza diretta del mondo (ma allora dovremmo forse comprendere anche il povero Francesco di Assisi).
Buddha viaggiò e meditò lungamente prima di giungere a quello stato di risveglio che è proprio degli illuminati, mentre Tsuda, nel suo vagabondare, finì in Francia, a studiare con Marcel Granet e Marcel Mauss; tornò quindi in Giappone, dove studiò aikido con il maestro Ueshiba e con il maestro Noguchi. Si fece portatore di una filosofia anti-filosofica, di una religione priva di mistica, creò una scuola senza insegnamenti. Questa, forse, è la maggiore differenza che intercorre tra Buddha e Itsuo Tsuda: l'organicità, la sistematizzazione, il -permettetemi la parola- dogmatismo.
Affermo ciò basandomi solo sui testi che ho citato e su alcune personali sensazioni, non avendo nessun tipo di competenza teologica o dogmatologica.
Mi è capitato di recente di imbattermi ne I quattro pilastri della saggezza, appunto, e la prima cosa che mi ha colpito -dopo la complessità stilistica, tipica di un'epoca molto remota e di una civiltà ancora oggi molto diversa da quella occidentale- è stata la pacatezza con cui vengono espressi alcuni concetti, così diversa dalle vivide immagini proposte dai testi sacri delle religioni rivelate. Secondo il buddhismo, o meglio, secondo le lezioni originarie del Buddha (perchè il buddhismo è diviso in tante sette quante quelle cristiane protestanti) l'uomo è cattivo perchè è captivus del dolore, della sofferenza. Da cosa deriva la sofferenza? Dal desiderio frustrato per qualcosa che non possiamo avere, o per qualcosa che abbiamo e temiamo possa essere rubato. Ecco quindi che sotto all'apparente malvagità innata della specie umana c'è la brama. "La dritta via, o monaci, che mena alla purificazione degli essere, al superamento del dolore e della miseria, alla distruzione della sofferenza e della pena, all'acquisto del giusto, al realizzamento dell'estinzione, è data dai quattro pilastri del sapere" dice il Buddho nel primo discorso: attraverso i quattro pilastri, l'ottuplice sentiero e tutta una serie di pratiche graduali si può arrivare...a cosa? Alla felicità? Alla pace? Alla gioia? Men che meno. Si può arrivare al Nirvana, che è uno stato intraducibile in sintagmi umani, un po' come quando si cerca di immaginare l'universo infinito o la propria morte, il proprio annientamento. Perchè in effetti è proprio così: il buddhismo, praticato seriamente, dovrebbe in ultima istanza privarci delle nostre fattezze umane, delle nostre emozioni, e farci adagiare su un comodo "non-non-voglio" che non è volontà e non è non-volontà, ma semplicemente armonia del nostro essere con tutto quello che ci sta intorno.
Al di là della pratica totale del buddhismo, che dubito sia stata e sarà mai realizzata da qualcun altro che non sia lo Svegliato, alcuni mantra, alcune tecniche base, se portate avanti con costanza, possono davvero migliorare la condizione di vita dell'uomo, renderlo più recettivo, meno chiuso, meno arrabbiato, più disposto al "lasciar correre" piuttosto che fare la punta a tutte le matite possibili per scaricare un po' di frustrazione/depressione/irritazione. La cosa importante è che queste tecniche sono immediatamente fruibili, non richiedono grandi dimostrazioni di fede e hanno un'utilità qui e ora, non promettono un'altra vita. Insomma, credevo di avere veramente trovato la filosofia religiosa meno religiosa possibile, quando, passeggiando per gli stand della Fiera del Libro ho incontrato la copertina rossa de Il triangolo instabile: tre ideogrammi giapponesi, πνευμα, spiritus. Aikido è una parola formata da tre ideogrammi: ai=armonia, ki=energia e do= via, che insieme suonano come "via dell'armonizzazione interiore". È un'arte marziale che non è fatta di solo combattimento, ma che, anzi, sfrutta più che altro dei movimenti che sorgono spontanei in noi, si basa sul principio della "non-resistenza" all'avversario, anzi, del "non-avversario", perchè appena si pensa razionalmente all'avversario e alla situazione il nostro ki si blocca e non fluisce più in modo spontaneo. Il saggio del signor Tsuda non tratta di tecniche di combattimento, ma applica lo stesso principio ad un altro "avversario": il nostro corpo.
Appena iniziato a leggere la mia opinione che si trattasse dei vaneggiamenti di un santone orientale era suffragata da affermazioni del tipo "L'Aikido è un'arte di ridiventare bambini...senza essere puerili" o "La salute è una cosa naturale che non richiede nessun intervento artificiale", disseminate in tutto il libro. Oltretutto il signor Tsuda citava di continuo yuki e il movimento rigeneratore e lo stato extra-piramidale senza fare il minimo riassunto delle puntate precedenti, per cui per me queste rimanevano espressioni senza alcun senso. Poi mi sono imbattuta, a pagina 124, in un'immagine del triangolo instabile e ho finalmente capito: "Bisogna che ciascuno prenda coscienza della responsabilità del proprio organismo". "Prenda coscienza", non "impari" o "capisca", queste sono parole di volontà, mentre il prendere coscienza indica riscoprire qualcosa che avevamo già in noi.
Ecco perchè il signor Tsuda si è divertito a farmi esempi su esempi, a citare casi di signore giapponesi, francesi, inglesi che partorivano per 123 pagine: per farmi prendere coscienza di quello che mi stava dicendo, una specie di Socrate con gli occhi a mandorla.
Il maestro Noguchi diceva "Provatelo una volta e dimenticatelo poi completamente" a proposito di un qualche movimento o yuki, perchè in un momento di emergenza se si pensa si rimane pietrificati dalla forza dell'avversario e non si riesce a riprodurre movimenti provati centinaia di volte e imparati a memoria.
La non-filosofia del signor Tsuda prevede che non si uniscano a lui persone con "motivi incompatibili, come il bisogno di dipendenza, di essere presi in carico, il bisogno di tenerezza, la ricerca di un miracolo, etc.", perchè non è il sensei (il maestro) a dover mostrare la via all'allievo, ma è l'autodidatta che la trova da solo, quando tocca il fondo. È in questa chiave che il signor Tsuda interpreta, per esempio, le malattie: esse non sono ciò che ci fa star male, ma la manifestazione che il nostro organismo non è in equilibrio e, quindi, il tentativo del nostro corpo di ristabilire la calma.
Purtroppo (o per fortuna) la nostra mente occidentale è molto rigida a questo proposito, perchè fa grande uso dell'Intelligenza e poco dell'Istinto: noi abbiamo una grande capacità di organizzare, pianificare, costruire, inventare e senza rendercene conto abbiamo ammassato una gran quantità di sovrastrutture su di noi, che ci impediscono, con la Ragione della scienza, di concepire il mondo alla rovescia. Se l'uomo è un triangolo, per noi è normale che abbia la punta rivolta all'ingiù e che quindi debba essere puntellato continuamente perchè non cada, mentre per il signor Tsuda è ovvio che il triangolo debba poggiare saldamente sulla base, senza alcun bisogno di sostegni esterni.
Questa è la differenza tra noi -civiltà occidentale- e il signor Tsuda: il bisogno di avere sempre un puntello nuovo, ecco perchè il nostro è un triangolo instabile.
Ho l'impressione che stiano trasformando il mondo libero in un vasto campo di concentramento.
Ps.A parte tutto, non ho ancora capito cosa sia lo cosa sia lo yuki, cercherò di scoprirlo durante l'estate...
Memo, Maria Lia Malandrino





