lunedì, 06 ottobre 2008
Esattamente 100 anni fa, il 20 maggio del 1908, nasceva a Indiana, Pennsylvania, James Maitland Stewart, uno dei più grandi attori americani. La sua vita in breve: laurea in architettura a Princeton, in aviazione durante la seconda guerra mondiale, all’età di quarantun anni sposò un’ex-modella, Gloria Hatrick McLean, e il loro fu un caso più unico che raro: uno dei pochissimi matrimoni di attori hollywoodiani che si siano rivelati durevoli. Morì a Los Angeles nel 1997.
Nel corso della sua lunghissima carriera, James Stewart legò indissolubilmente il proprio volto ad alcuni personaggi tipici, in primo luogo al sempliciotto imbranato ma onesto dei film di Frank Capra, forse, almeno alcuni, un po’ buonisti, ma che io personalmente adoro: recitò ad esempio ne L’eterna illusione, in cui appare il mio prototipo di famiglia ideale (un piccolo manicomio); e che dire dell’indimenticabile George Bailey ne La vita è meravigliosa, fiabesco e quasi dickensiano? E poi ovviamente il mitico Mr Smith va a Washington, in cui a mio parere interpreta uno dei più bei personaggi in assoluto della storia del cinema. Oltre a Capra, ebbe anche lunghi sodalizi con altri grandi registi: per Hitchcock fu “l’uomo che sapeva troppo” (il marito di Doris Day che canta Que serà serà), il guastafeste, o meglio, “guastacocktail” in Nodo alla gola (o Cocktail per un cadavere), il poliziotto con le vertigini nel tenebroso La donna che visse due volte (una bellissima Kim Novak), il guardone paranoico (ma poi mica tanto) de La finestra sul cortile… Sempre affiancato da donne stupende, ovviamente. Un altro genere in cui Stewart ha lasciato un’impronta notevole è il western: compare a fianco di John Wayne in due film: L’uomo che uccise Liberty Valance (uno dei film più deprimenti che io abbia mai visto) e Il Pistolero, sorta di testamento cinematografico di John Wayne. Bene: in uno gli frega la ragazza e la gloria, nell’altro gli annuncia che ha un cancro in fase terminale. Non un buon rapporto, insomma! Invece, sempre in ambito western, importante è la collaborazione con il regista Anthony Mann. Là dove scende il fiume, Terra lontana, L’uomo di Laramie sono western atipici, più crudi e violenti di quelli classici di Ford, con un protagonista dal passato tenebroso: insomma, quanto di più distante ci possa essere dall’ingenuo Stewart dei film di Capra. Quello che preferisco, tra i film girati con Mann, è però Winchester ’73, che, come dice il titolo, ruota tutto attorno a un fucile e a una vendetta. Di Mann è anche Lo sperone nudo, ma io non l’ho visto, perché è introvabile.
Nella sua assai varia carriera, Stewart interpretò ogni tipo di ruolo (tranne, forse, il cattivo): personaggi realmente esistiti (Lindbergh, un credibile Glenn Miller, perfino un improbabile Wyatt Earp); il medico-clown, melanconico come è tipico dei pagliacci, ne Il più grande spettacolo del mondo (in cui è praticamente irriconoscibile); il pazzoide che parla con un immaginario coniglio gigante in Harvey (è mitico, quel film!). E poi ancora il patriarca di Shenandoah, la spalla della Novak ne Una strega in paradiso, e poi Cavalcarono insieme, con Richard Widmark, Passaggio di notte, Scandalo a Filadelfia, in cui canta “I’m there, over the rainbow…” (Puah! Era meglio Judy Garland…). Beh, non si può citare tutto. Un’ultima chicca: nella versione originale è lui a doppiare il cane-sceriffo Wylie Burp nel cartone Fievel conquista il West.
Sara Caputo
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categoria:caputo, giugno08
domenica, 11 maggio 2008
            Assenza di luce. Silenzio. Nebbia. Una vecchia dimora vuota e opprimente. I colori spenti degli abiti, l’atmosfera che sa di vecchio, di polvere, di passato. Tutto il film è pervaso da un senso di angoscia, di oppressione. Soprattutto la fotografia contribuisce a creare quest’atmosfera cupa, perché sembra, come i protagonisti, aver paura della luce, che è vista come qualcosa di negativo, di malvagio. Dal punto di vista simbolico ciò è molto significativo, perché la luce non rappresenta altro che la verità, verità che la madre dei bambini si ostina a negare. Alla fine del film, quando finalmente ella riuscirà ad accettarla, la luce tornerà per conseguenza a illuminare le cose, e la nebbia si dissiperà. La maggior parte delle scene si svolge dunque nella penombra, fiocamente rischiarata da lampade a olio, il che crea una sensazione di a-temporalità: in quelle stanze buie il giorno non si distingue dalla notte, e anche uscendo nel parco tutto è immobile, immerso nella bruma. L’angoscia e il disagio però vengono trasmessi principalmente dalla impareggiabile recitazione di Nicole Kidman. Isterica, sfuggente, con i nervi perennemente tesi, si aggira per la casa, bellissima e silenziosa, sostenuta solo dall’amore per i figli…
            D’ora in poi è meglio che chi non ha ancora visto questo film e ha intenzione di vederlo smetta di leggere, perché si rovinerebbe tutto il gusto; sul serio, vi consiglio di non farlo.
Sono costretta a parlare del finale, perché è troppo interessante per essere ignorato. Innanzitutto, a proposito di fantasmi di bambini soffocati con cuscini, ci sono alcuni illustri precedenti letterari: sto parlando dei principini Edward e Richard, fatti assassinare nella Torre di Londra dal perfido zio Riccardo III. Shakespeare non lo dice, ma alcuni sostengono che talvolta, di notte, le loro risate riecheggino ancora per l’edificio… A parte questa, che è un’associazione di idee che mi è venuta così, e che forse non c’entra molto, più interessante ancora dell’omicidio in sé è il repentino ribaltamento dei punti di vista. E se fossimo noi “gli altri”? E se, idea ancora più curiosa, i fantasmi potessero anche loro aver paura di noi? A questo proposito non posso fare a meno di pensare ad un altro precedente letterario (è l’ultimo, prometto): il racconto di fantascienza “Sentinella”, di Fredric Brown. Se non l’avete letto non importa, era solo una mia elucubrazione. La verità è che dovremmo imparare a metterci nei panni degli altri, a capire, invece di avere paura. La paura è una manifestazione del tutto irrazionale, ed è tanto maggiore quanto più sono grandi i problemi che ci portiamo dentro. Da fantasmi o da vivi.
 
Sara Caputo
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categoria:cinema, caputo, maggio 2008
giovedì, 27 marzo 2008
IL MITO DI ARTÙ E LA TAVOLA ROTONDA AL CINEMA
 
Il ciclo dei cavalieri della Tavola Rotonda, trasmesso per secoli tramite i cantori, è infine approdato al cinema, diverso e più recente mezzo di comunicazione. Ho scelto tre film, tutti incentrati su di esso, ma che ne presentano aspetti differenti. “Excalibur” è la vera e propria leggenda, sia pur abbreviata per rientrare nel limitato spazio di un film e si svolge, quindi, in piena epoca cavalleresca. “King Arthur”, invece, è del tutto privo di elementi fantastici, ad eccezione del bellissimo accenno alle anime dei guerrieri che si reincarnano nei cavalli, alla fine. Ambientato in tarda epoca romana, periodo nel quale pare sia vissuto il vero Artù, narra la storia del centurione mezzo romano e mezzo britanno Artorius, a capo di un gruppo di cavalieri sarmati costretti a servire l’Impero, che diventa il celebre re del mito. Infine “La spada nella roccia”, cartone animato di Walt Disney (tra i migliori, a mio parere), narra della giovinezza di Artù-Semola e dell’istruzione impartitagli da Merlino: è la storia di un eroe-bambino, per un pubblico di bambini (ma non solo).
In tutti e tre i film ricorre il tema della mitica spada di Artù. “Excalibur”, come dice il titolo, è incentrato su di essa, che viene mostrata come la fonte della forza del re. L’arma viene estratta dalla roccia casualmente, quando Artù corre a cercare una spada per suo fratello, che deve disputare un torneo. Lo stesso avviene ne “La Spada nella roccia”, mentre in “King Arthur” il fatto è presentato diversamente. Infatti nel film, in cui prevale l’aspetto storico, ricorrono molti elementi del mito (come la tavola rotonda) in quella che viene immaginata come possibile forma originaria, poi evolutasi nella leggenda; per esempio, il piccolo Artù estrae la spada, conficcata secondo un’antica usanza nella tomba del padre, per correre ad aiutare sua madre durante una razzia dei Britanni.
Anche la figura di Merlino, che compare in tutte e tre le versioni, è molto diversa da una all’altra. In “Excalibur” è il potente, misterioso e talvolta ambiguo stregone della leggenda; nel cartone è un buffo mago un po’ pasticcione con il vestito azzurro, il cappello a punta e la barba bianca, che alla fine del film torna improvvisamente dal futuro con surf e costume da bagno; in “King Arthur” è invece un druido capo dei guerrieri britanni. Altri due personaggi importanti sono Lancillotto, migliore amico di Artù e grandissimo guerriero, e la regina Ginevra, che in “Excalibur” è la dolce donzella della leggenda, mentre in “King Arthur” è una feroce guerriera britanna; qui anche il suo amore per Lancillotto è appena accennato, soprattutto perché questi muore prima che lei sposi Artù.
In “Excalibur” si parla delle antiche religioni pagane che scompaiono all’arrivo del Cristianesimo, e ha molta importanza il tema della cerca del Graal, la più grande impresa compiuta dai cavalieri della Tavola Rotonda. In “King Arthur” si ha invece un processo opposto: Artorius, che era cattolico convinto, fedele alla Chiesa di Roma, quando scopre le atrocità compiute da fanatici mandati da quest’ultima, in nome di Dio, si converte alle antiche religioni celtiche, scegliendo di abbandonare l’ormai corrotta Roma per seguire il richiamo del suo sangue britanno.
Dei tre, “King Arthur” è secondo me il migliore, ma anche “La Spada nella roccia” è un capolavoro dell’animazione. Invece “Excalibur”, nonostante lo sforzo della produzione, non è molto ben riuscito, soprattutto a causa di alcune scene veramente grottesche (come Merlino che evoca il Drago mentre Uther cavalca sulla nebbia) e di un certo gusto direi quasi kitsch. Non parliamo poi delle armature verniciate di rosso scarlatto per rappresentare le ferite... Il colpo di scena finale del ritorno di Lancillotto che volge le sorti della battaglia in favore di Artù è completamente rovinato: in un mare di nebbia, tra il clangore delle armi e le urla, improvvisamente Artù grida: “Lancillotto, sei tu!?” e lo spettatore continua a non vedere nulla e a non capire nulla. Invece in “King Arthur” la stessa scena è molto più elegante: Artorius è rimasto solo su una collina, armato e a cavallo, a fronteggiare i nemici; colonna sonora epica, e Lancillotto, che sembrava averlo abbandonato, arriva al galoppo da dietro e si ferma al suo fianco, accennando un sorriso. Poi, ad uno ad uno, arrivano anche tutti gli altri cavalieri. Insomma, non c’è paragone. Forse, alla fine, “King Arthur”, che doveva essere quello meno legato al mito, è il più mitico dei tre film.
                                    
                                                                                 Sara Caputo
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categoria:cinema, pasqua 2008, caputo